Se proprio il carcere deve esistere, se proprio si pensa di ricostruire il patto spezzato con la comunità riducendo in cattività il protagonista di quella rottura, si dia almeno dignità alle condizioni di vita dei prigionieri. E ancora non ci siamo, nonostante la presenza al governo di una ministra come Marta Cartabia, dotata di una sensibilità particolare e anche della conoscenza diretta degli istituti penitenziari, visitati durante la sua permanenza alla Corte Costituzionale. Nel corso della relazione presentata al Parlamento da Mauro Palma, che delle carceri e di tutte le altre istituzioni totali è il garante, due giorni fa alla presenza della stessa guardasigilli, e sui giornali di ieri, è passata quasi inosservata l’unica vera notizia: le prigioni italiane sono ancora in grave crisi di sovraffollamento, poco o nulla sembra cambiato dopo l’intervallo che ha obbligato le istituzioni a sfoltirle un po’ per evitare una strage da Covid.

I numeri ci dicono poco, in realtà, e poco ci consolano. Intanto perché se lo spazio sufficiente a dare dignità alla detenzione è di 47.000 posti e ce ne mettiamo 53.000, vuol dire che ce ne sono già 6.000 in eccesso. Ma poi, e soprattutto, perché, se da gennaio di quest’anno fino a oggi il ritmo di crescita è tornato a essere quello di prima dell’emergenza sanitaria, vuol dire che non è cambiata la mentalità, che non sono cambiate le abitudini di chi assume la decisione di privare una persona della sua libertà. La custodia cautelare, prima di tutto. Siamo fermi, nella sostanza, alla riforma del 1996 e alle tre condizioni che ne determinano la possibilità, il pericolo di fuga, di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove.

Ma soprattutto siamo fermi all’interpretazione largamente estensiva che ne danno i magistrati nell’applicarla. Ricordo bene la discussione che una Commissione giustizia di deputati molto preparati (e molto rimpianti) aveva svolto con puntualità. Mai si sarebbe immaginato che un pubblico ministero, venticinque anni dopo, avrebbe ritenuto di dover mandare in carcere per pericolo di fuga i tre dirigenti della funivia che porta al Mottarone, eventuali responsabili di un reato colposo. Quali erano gli indizi che provavano che i tre stesso scappando? Un programma di fuga carpito da un’intercettazione, una visita a un’agenzia di viaggi? Domande concrete senza risposta. E per fortuna che a Verbania c’era anche una giudice che usava la propria testa al posto del consueto copia-e-incolla.

I detenuti in carcere in attesa di processo sono oltre il 30%, un dato che non si alleggerisce mai. E stiamo parlando presunti innocenti, la metà dei quali avrà poi una sentenza di assoluzione. Il referendum del Partito radicale e della Lega, che interviene sul punto della ripetizione di reati “della stessa specie”, qualora determinasse una modifica legislativa potrebbe avere un effetto parzialmente deflattivo. Ma se i pubblici ministeri e i giudici troppo spesso loro amici capissero che quel che è successo durante l’emergenza-covid, con le sospensioni della pena e arresti e detenzione domiciliare, non hanno determinato nessuna conseguenza negativa e potrebbero diventare realtà ordinaria, non solo diminuirebbe il sovraffollamento, ma tutti noi vivremmo in una società più civile e più vicina a quella di uno Stato di diritto.

Secondo i dati diffusi da Mauro Palma, tra i condannati reclusi, circa la metà, cioè 26.000, deve scontare una pena inferiore a tre anni, e di questi circa 7000 sono stati condannati a meno di tre anni di carcere. È possibile che non esista la possibilità di una sanzione alternativa? La commissione Lattanzi, istituita dalla ministra Cartabia, propone l’estensione ai reati puniti con il carcere fino a dieci anni l’applicazione dell’istituto della “messa alla prova”. È una buona proposta, e speriamo che venga trasformata presto in emendamento e che non trovi ostacoli alla sua approvazione. Ma il “populismo giudiziario” di quelli che vogliono chiudere le celle e buttare le chiavi è sempre in agguato. Parliamo di politici, ma anche di giornalisti.

Difficile dimenticare quel che successe un anno fa, quando l’allora capo del Dap Francesco Basentini fu strattonato a costretto alle dimissioni per aver inviato una circolare di tipo umanitario perché i direttori delle carceri segnalassero i detenuti anziani e malati a rischio contagio da Covid. I suoi successori (la circolare fu subito ritirata) Dino Petralia e Francesco Tartaglia, pm “antimafia”, paiono molto più muscolari di Basentini. E sono ancora lì. La neo-ministra non ha pensato di sostituirli con qualche vero riformatore. Ce ne sono, garantiamo.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.