Sono 55 i bambini minori di tre anni che vivono reclusi all’interno delle carceri italiane. Insieme a loro sono recluse 51 madri, 31 straniere e venti italiane. È ciò che emerge dal XV rapporto sulle condizioni di detenzione pubblicato nel maggio 2019 dall’Organizzazione Antigone che dal 1991 si occupa di tutelare i diritti e le condizioni della popolazione carceraria italiana. Il rapporto è stato curato da Michele Miravalle, assegnista di ricerca al Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino, e Alessio Scandura, coordinatore dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone che dal 1998 entra nelle oltre 200 carceri italiane per documentare le condizioni di detenzione.

Il dato è in calo rispetto al 2018, quando a metà anno erano 70 i bambini in carcere. Il picco storico, ricorda la grafica dello studio, è del 2001 con 83 casi. Le strutture più utilizzate per ospitare madri con bambini sono gli ICAM (Istituti a Custodia Attenuata per detenuti Madri). In Italia ce ne sono cinque in tutto, anche se in quello di Cagliari-Senorbì non sono attualmente presenti bambini. È l’ICAM di Lauro (Avellino) quello con più casi, 13, seguito da Milano San Vittore (10), Torino (8), Istituto Femminile di Rebibbia  a Roma (8), Venezia Giudecca (5) e nelle sezioni femminili di Firenze Sollicciano (3), Milano Bollate (3), Bologna (2), Messina (1), Forlì (1) e Avellino (1). In totale risultano essere 17 i luoghi destinati all’accoglienza di figli di detenute madri, cinque ICAM e 12 sezioni con asili nido.

Le criticità riscontrate dallo studio riguardano il personale, in particolare quello sanitario, in quanto mancano medici specializzati in pediatria e infermiere pediatriche. Inoltre in otto delle sezioni per detenute madri non ci sono aree esterne attrezzate per i bambini e in nove non ci sono cucine differenziate per preparare i pasti dei bambini. Il rapporto critica in più passaggi come per una casistica così contenuta non siano state trovate soluzioni alternative alla detenzione in carcere.

La normativa italiana, con la Legge Finocchiaro e la 62/2011, aveva esteso i limiti per incentivare lo sconto della pena della madre fuori dal carcere, soprattutto in detenzione domiciliare. Quando il bambino è sotto l’anno di età il rinvio della pena è obbligatorio, fino a tre anni è il giudice a decidere, superati i tre anni intervengono altre soluzioni per il bambino mentre la madre sconta la pena in carcere.

Lo studio chiama in causa la normativa internazionale e in particolare le cosiddette “Regole di Bangkok” delle Nazioni Unite che esigono che il trattamento della popolazione femminile ristretta sia adeguato alle esigenze della gravidanza, dell’allattamento e della cura dei figli al seguito e nel contempo sanciscono l’opportunità “che gli Stati membri adottino […] misure di diversione, misure alternative alla custodia cautelare in carcere e pene alternative espressamente concepite per le donne autrici di reato, tenendo conto […] delle responsabilità collegate al loro ruolo genitoriale”.

I curatori del dossier hanno evidenziato in più passaggi come la questione non riesca a uscire da una perenne marginalizzazione nonostante i piccoli numeri e le soluzioni apparentemente logiche da adottare. Soltanto la cronaca riesce di tanto in tanto ad accendere una luce sul tema, come nel caso della donna tedesca che nel settembre 2018 ha scaraventato, uccidendoli, i suoi figli di due e quattro anni dalle scale del carcere di Rebibbia a Roma.