L'anarchico
Niente libri e cd per Cospito, così si prende a schiaffi la Costituzione
Nell’ufficio legale del Ministero della Giustizia, in questi giorni, qualcuno sta redigendo per conto del ministro Carlo Nordio un ricorso in Cassazione contro un provvedimento del magistrato di sorveglianza di Sassari. L’oggetto del contendere è una lista: quattro libri e un cd. I libri sono romanzi gotici di Shirley Jackson e Peter Straub, un saggio di divulgazione del fisico Giuseppe Mussardo, un volume della storica britannica Catherine Nixey sulle origini del cristianesimo. Il cd è del gruppo Lambrini Girls, garage rock inglese. Il destinatario sarebbe Alfredo Cospito, anarchico al 41-bis a Sassari-Bancali da maggio 2022, e il magistrato di sorveglianza ne ha autorizzato l’acquisto.
Il problema, secondo il Ministero, non sono quei libri – difficile vederli come arsenale operativo dell’insurrezionalismo anarchico. Il problema è il principio. Il Ministero rivendica in Cassazione il potere del direttore di carcere di negare l’ingresso di materiale culturale senza obbligo di motivare in modo concreto. È questa, e non Catherine Nixey, la posta in gioco. Qui non siamo nel terreno delle opinioni politiche divergenti: siamo in quello della Costituzione. L’articolo 27 dice che le pene “non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato“: la deprivazione culturale prolungata e ingiustificata viola entrambe le clausole, la seconda in modo particolare, perché senza accesso a libri, musica e formazione la finalità rieducativa che la legge impone diventa una bugia di Stato. L’articolo 97 stabilisce che la pubblica amministrazione opera secondo i princìpi di buon andamento e imparzialità, e la Corte costituzionale ha più volte chiarito che ciò richiede regole prevedibili e motivazioni concrete dei provvedimenti restrittivi. “Il direttore decide senza motivare” è la negazione di entrambi i princìpi.
C’è poi la dimensione del buon senso amministrativo. Il costo orario di un dirigente DAP che istruisce il diniego, del magistrato di sorveglianza che lo esamina, dell’ufficio legale ministeriale che redige il ricorso, della sezione della Suprema Corte che lo decide, è nell’ordine delle migliaia di euro per ciascun procedimento. Per 60-70 euro di libri e dischi, il rapporto fra costo e oggetto del contendere è grottesco. Non serve una cattedra di diritto costituzionale per coglierlo: basta il buon senso elementare. Una soluzione esiste, e da vent’anni la dottrina penalistica italiana – Glauco Giostra, Marco Ruotolo – la propone senza essere ascoltata. Una lista negativa stretta e tassativa di categorie escluse: manualistica militare ed esplosivistica, sicurezza informatica avanzata, testi che istigano direttamente alla violenza del gruppo di appartenenza. Tutto il resto passa. Acquisto diretto da parte dell’amministrazione penitenziaria, sigillo originale di fabbrica, consegna senza intermediari esterni: costo risibile, rischio di pizzino azzerato. Il modello esiste già nei sistemi penitenziari nord-europei e in alcune realtà italiane di Alta Sicurezza; manca solo la sua trasformazione in standard generale codificato per legge.
La logica costituzionale è semplice: accesso alla cultura come regola, restrizione come eccezione motivata e tipizzata. Quello che il Ministero sta difendendo a Cassazione è il rovescio – restrizione come regola, accesso come eccezione concessa caso per caso dalla benevolenza del singolo dirigente. Non è la struttura di una democrazia che applica una pena giusta. È la struttura di una pubblica amministrazione che ha smarrito il senso del proprio limite. Si dirà: è un mafioso, è un anarchico che ha invocato la violenza. Vero, e nessuno chiede l’abolizione del 41-bis o l’apertura delle celle. Si chiede soltanto che chi vieta debba spiegare perché vieta, e che un libro da 20 euro non costringa lo Stato a spenderne migliaia per non concederlo. È una richiesta talmente elementare da rendere imbarazzante doverla formulare.
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