La storia di Giobbe ci interpella. Il giusto perseguitato da Dio per una “scommessa” con il diavolo, la sua sofferenza senza motivo, le disgrazie e i dolori tormentano lui e alla fine attraverso Giobbe vediamo scorrere la vita di ognuno di noi. Giobbe si rifugia nella religione, si aggrappa alla fede in Dio, urla tutta la disperazione che lo agita e chiama in causa Dio stesso. Il quale, come è noto, alla fine del libro biblico, appare di persona e parla a Giobbe. Un dialogo che andrebbe accoppiato a quel primo stasimo nell’Antigone di Sofocle: l’essere umano è «pieno di risorse, mai sprovvisto di fronte a ciò che lo attende, ha trovato rimedio a mali irrimediabili. Solo alla morte non può sfuggire. Padrone assoluto dei sottili segreti della tecnica, può fare il male quanto il bene». Modernissimo Sofocle, descrive una condizione umana difficile, che risuona dentro Giobbe, come comunque nota Massimo Recalcati, il noto psicoanalista lacaniano, che ha pubblicato una sua rilettura di questo libro biblico (Il grido di Giobbe, Einaudi, 2021, pp. 98, euro 15).

Mai abbastanza si deve riflettere su Giobbe, perché la sua vicenda ha un valore teologico prezioso. Scardina l’illusione della “teologia retributiva”: sono giusto e dunque Dio mi deve ricompensare. Invece Dio distrugge il giusto e tutte le certezze economiche, fisiche, etiche. Sei giusto e mi accanisco contro di te per metterti alla prova nella sfida un po’ sadica avviata tra la divinità ed il diavolo; il terreno di scontro è la vita di Giobbe. Il giusto deve essere giusto perché lo ha scelto, a prescindere da qualsiasi illusione di ricompensa. Ed è uno degli insegnamenti profondi e un po’ appannati della teologia cristiana: non perdo la fede se le avversità mi tormentano. Se la perdo vuol dire che è proprio una fede debole, debolissima. Però Recalcati, come tutti i commentatori avvicendatisi su Giobbe (uno per tutti, il cardinale biblista Gianfranco Ravasi), cade in un tranello dell’autore del libro. Anche Recalcati pensa che Giobbe si rivolga a Dio con domande radicali. In realtà non è così. Giobbe urla, grida, vuole sapere perché, vuole delle risposte e le vuole da Dio. Non si accontenta dei “rumors” e del senso comune dei suoi amici ed esperti, secondo cui qualcosa di male deve avere fatto per avere tante disgrazie.

Se Dio si accanisce contro di te, un motivo ci sarà! Sembra il ritornello di tanta logica di ieri e di oggi. Non mi sembra corretto. Mi sembra meglio dire che la domanda radicale di Giobbe ha le carte “truccate”: l’autore biblico conosce già la risposta. Sa già che di fronte a Dio, Giobbe piegherà la testa. È la Bibbia, amici! Non puoi dire a Dio quanto è ingiusto ed immaginare che Dio dica che è vero! Infatti il Dio della Bibbia risponde a Giobbe: chi sei tu per giudicare il mio operato? C’eri quando ho creato il mondo e mi sono occupato di uomini, donne, animali, piante, rocce e tutto l’universo? Non c’eri, dunque taci; poiché sono Dio faccio quel che voglio. Fine della discussione e infatti Giobbe arretra e si pente: come ho potuto pretendere di giudicare Dio? A quel punto Dio lo ricompensa con più di quanto gli aveva tolto in termini di beni materiali, ripristinando la teologia distributiva.

Recalcati insiste molto sul “grido” e sulla teologia della domanda, più forte della teologia della risposta. Ci illudiamo di conoscere il perché del male mentre nulla sappiamo: la realtà esorbita dal senso che possiamo darle (ancora Recalcati, p. 59). E Dio, ci piacerebbe fosse dalla “parte nostra”, mentre nell’esperienza quotidiana tocchiamo con mano la profonda ingiustizia della realtà. Ma ancora una volta: chi è che giudica della giustizia e dell’ingiustizia? Il dilemma biblico è profondo: Dio c’è, si occupa del mondo ma allo stesso tempo dobbiamo convivere con l’ingiustizia quando entra e scolpisce la vita di ognuno di noi. È la teologia dell’unica domanda possibile: che senso ha soffrire, che senso ha la mia vita? La risposta non c’è; o meglio non esiste una risposta assoluta e valida per tutti. La risposta è nella ricerca individuale di senso, che per qualcuno si chiama fede in Dio, per altri assume nomi diversi. La stessa epifania di Dio lo dice chiaramente e alla fine Giobbe è costretto ad ammetterlo: «Io riconosco che tu puoi tutto e che nulla può impedirti di eseguire un tuo disegno. Chi è colui che senza intelligenza offusca il tuo disegno? Sì, ne ho parlato; ma non lo capivo; sono cose per me troppo meravigliose e io non le conosco. Ti prego, ascoltami, e io parlerò; ti farò delle domande e tu insegnami! Il mio orecchio aveva sentito parlare di te ma ora l’occhio mio ti ha visto. Perciò mi ravvedo, mi pento sulla polvere e sulla cenere».

In altri termini: se la domanda è radicale (perché perseguiti me che sono giusto?), la risposta è già data una volta per tutte dall’autore biblico: Dio fa quel che vuole e nessun essere umano può giudicarlo. E così la domanda sul senso della vita ritorna sulla persona che se la pone. E siamo al punto di partenza. Ma forse non siamo proprio al punto di partenza. C’è un tema sotterraneo, che sarebbe stato importante sviluppare (magari Recalcati lo farà in un prossimo libro?): il grido di Giobbe non chiede a ognuno di noi di operare per il meglio? Per migliorare il mondo? In fondo la responsabilità dei mali che ci affliggono è nostra. Penso alla funivia caduta a Mottarone, ai bambini morti sulle spiagge, ai migranti poveracci in mare, agli ammazzati di fame, di botte, a tutti coloro che sono privati di cure e di affetti e soffrono e quando possono si difendono buttando sugli altri le conseguenze delle privazioni subìte.

Il grido di Giobbe non sarà, forse, un dire a gran voce: lasciamo questo Dio nell’alto dei cieli e diamoci da fare nel basso di questa esistenza terrena, per colmare le ingiustizie? Se alla fine tutti dobbiamo morire, non sarà meglio arrivarci con la consapevolezza che abbiamo fatto del bene? Tanto dolore è insopportabile quando lo soffriamo noi, sarà il caso di alleviarlo per gli altri? Chissà che ne pensa Recalcati, che però è sempre un autore da leggere!

Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato, tra l’altro, Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).