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Nordio profeta in patria: in Veneto ha vinto il Sì al referendum. Boom a Padova. Anche la sua Treviso non delude
C’è un numero che racconta questa storia meglio di qualsiasi commento: 58,4 per cento. È la percentuale del Sì in Veneto al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Nessuna regione ha fatto di più. La Lombardia si è fermata al 53,8, il Friuli Venezia Giulia al 54,5. Il Veneto ha corso da solo, in testa al plotone riformista. E ha perso lo stesso, perché l’Italia ha scelto diversamente, con un No al 53,7 che ha chiuso la partita senza appello.
Ma la vera notizia non è nella sconfitta nazionale. È nella geografia interna di quel Sì. Perché il Veneto che ha votato per la riforma non è tutto lo stesso Veneto. Anzi, a guardare i numeri comune per comune, emerge una frattura che nessun dato aggregato riesce a nascondere.
Partiamo dalle città. In cinque capoluoghi di provincia su sette ha vinto il No. Padova è stata la più netta: 56,8 per cento contrario alla riforma, un dato che stride con l’affluenza record della sua provincia, la più alta della regione al 66 per cento. Venezia ha detto No al 55,1 per cento, Belluno al 53,5, Vicenza al 51,7, Solo due capoluoghi hanno scelto il Sì: Rovigo, con il 53,9 per cento, e Verona con il 52. Treviso al 50,4. Treviso, peraltro, è la città di Carlo Nordio, il ministro il cui nome è legato indissolubilmente alla riforma: un dettaglio che aggiunge un segnale a una mappa già di per sé significativa.
E le province? Tutt’altra musica. Quella di Vicenza ha sfiorato il 60 per cento per il Sì, quella di Verona lo ha superato raggiungendo il 62. Anche la provincia di Treviso è andata oltre il 60 per cento, ribaltando il dato della città capoluogo. Lo schema si ripete ovunque: il tessuto dei piccoli e medi comuni, quello dell’impresa diffusa e del lavoro manifatturiero, ha votato in modo massiccio per la riforma. Le città hanno frenato. La sociologia di questa frattura non è difficile da leggere. I centri urbani concentrano una popolazione più giovane, un ceto terziario più ampio, un’esposizione maggiore al dibattito pubblico nazionale. Sono i luoghi dove il voto di opinione pesa di più, dove l’identificazione territoriale è più debole, dove l’argomento retorico della presunta difesa della Costituzione come valore nazionale ha fatto breccia con maggiore efficacia.
La provincia veneta è un altro mondo: è il territorio del fare, dell’azienda a conduzione familiare, della fiducia nel governo come garante di stabilità e semplificazione. Qui il messaggio della riforma — una giustizia più efficiente, più rapida, più vicina al cittadino e soprattutto meno “politica” — ha intercettato un sentimento diffuso di insofferenza verso un sistema percepito come ostile. C’è poi il dato dei giovani, che a livello nazionale hanno trainato il No in modo decisivo. È ragionevole pensare che anche nelle città venete il voto giovanile abbia contribuito a spostare l’ago della bilancia, creando una convergenza tra le fasce più ideologiche e quelle anagraficamente più giovani che si è rivelata determinante nei centri urbani.
Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale, ha colto il punto con lucidità: il risultato consegna un Paese con differenze territoriali molto evidenti, e questo pone interrogativi politici veri. Paolo Borchia, capodelegazione della Lega al Parlamento europeo, ha scelto un’altra chiave: chi produce e genera Pil chiede una giustizia più moderna, chi politicizza il referendum rinuncia a un’ottima riforma. Sono due letture che non si escludono, ma che insieme disegnano un quadro in movimento. Il Veneto resta una regione a trazione centrodestra, su questo non ci sono dubbi. L’affluenza sopra il 63 per cento — con punte del 66 nel Padovano e del 64 nel Veronese — dimostra che il territorio ha sentito l’appuntamento come proprio, non come un esercizio imposto da Roma. Ma dentro questa partecipazione convivono ormai due anime che non parlano la stessa lingua politica.
La domanda vera, quella che le urne hanno posto senza ancora offrire risposta, riguarda il futuro. Le elezioni politiche del 2027 si avvicinano, e la mappa referendaria ridisegna il campo di gioco. Il centrodestra può contare su una provincia compatta e mobilitata. Ma le città — Padova, Venezia, Vicenza, Treviso, Belluno — sono un terreno conteso, dove il campo largo dell’opposizione può avere spazio per parlare a un elettorato che non si riconosce più compattamente nella coalizione di governo. Non è un ribaltamento. Ma è il segnale della complessità di una partita che si è fatta più aperta di quanto chiunque, da queste parti, fosse abituato a pensare.
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