Facciamo un gioco, proviamo per un solo momento a credere, nonostante le azioni del passato spingano a sospettare il contrario, che la nostalgia del Parlamento da parte di tanti sia autentica e non figlia della demagogia, di quella retorica antipolitica che da trent’anni satura la nostra agorà mediatica con tutti i danni che ne conseguono.

Facciamo finta di credere che questa situazione assolutamente inedita abbia acceso in molti la lampadina sulla principale qualità della Democrazia, quella di essere il luogo dove le Verità assolute lasciano spazio al confronto serrato tra le opinioni e che proprio quelle Verità sono madri dell’Errore, mentre la fatica del confronto, dell’argomentare tra opinioni diverse produce soluzioni spesso più adeguate e di certo più condivise.

Se proviamo per un momento a credere che sia così allora ha senso domandarsi di quale Parlamento abbiamo bisogno: della scenografia pomposa e autorevole che faccia da sfondo ai proclami letti in modo arguto, alle inventive, ai discorsi retorici scritti dagli strateghi della comunicazione? Del pulpito in cui si alternano prediche senza nemmeno fermarsi un minuto ad ascoltare l’intervento altrui? Di questo sentiamo la mancanza? Oppure abbiamo davvero la possibilità di cogliere l’importanza di un luogo in cui, con autenticità e passione, magari anche interrompendosi se necessario, si prova insieme a costruire la faticosa Sintesi, il luogo dove i Rappresentanti – non i delegati – portano le sensibilità, le esigenze raccolte nel territorio, nelle relazioni, nelle competenze e provano insieme a trasformare il particolare in universale?

Se di questo finalmente qualcuno sente il bisogno allora è questa l’occasione perché un gruppo di coraggiosi si attivi proprio nel pieno dell’emergenza per pensare anche al futuro, a come ripensare le regole, ma soprattutto le abitudini e le attitudini, e a dare dignità a tutto l’insieme di quello straordinario e prezioso lavoro che si chiama Politica. Anche introducendo innovazioni negli strumenti e anche nei luoghi, senza paura di cambiare, per guardare alla sostanza dell’attività parlamentare e non solo alla ritualità. Per far sì che il parlamentare non sia più qualcuno che deve limitarsi a “credere, obbedire, votare”. Il possibile contro il probabile.