La riforma dell’Irpef è un evergreen della politica italiana. Ormai da decenni, con la stessa puntualità con cui spuntano i venditori di ombrelli quando inizia a piovere, non c’è campagna elettorale o legge di bilancio in cui non si rincorrano progetti e annunci su questo tema. Nessuna riforma organica, però, ha mai visto la luce, soltanto interventi al margine che hanno reso ancor più intricata la giungla del fisco. Il motivo di tante parole e di così pochi fatti è triplice. Di solito, mancano all’appello capitale politico, risorse finanziarie, visione. Capitale politico: perché se pensi di non scontentare nessuno, finisce che la riforma non la fai. Risorse finanziarie: perché se pensi di farla senza coprire riduzioni di gettito strutturali nel bilancio dello Stato, alla fine la realtà si vendica e produci solo piccoli ritocchi, il più delle volte sotto forma di bonus categoriali o temporanei. Visione: perché, se non sai definire la complessità della società di oggi e le criticità aggrovigliatesi in 25 anni di interventi al margine, perdi l’occasione di adeguare il fisco alle trasformazioni sociali e alteri ulteriormente i delicati equilibri su cui era nata l’Irpef. Non c’è bisogno di eccellere nelle arti divinatorie per capire che difficilmente questi tre elementi saranno superati nella prossima legge di bilancio.

Il presidente Conte, in un’intervista alla Stampa, ha dichiarato che la riforma dell’Irpef (e del processo tributario) si farà entro dicembre. Ma il capitale politico dell’attuale maggioranza, nonostante gli elementi di stabilità prodotti dalle elezioni regionali, resta fragile, anche per le differenze tra le forze che la compongono. Le risorse finanziarie non saranno ingenti: dopo la pioggia di bonus emergenziali si preannuncia una legge di bilancio di dimensioni “normali” e difficilmente i fondi europei – nonostante l’apertura della Commissione sul loro utilizzo per riduzioni delle tasse sul lavoro e sugli investimenti – potranno aiutare, perché interventi strutturali non possono essere coperti da risorse una tantum, anche senza considerare che non mancheranno ulteriori priorità di spesa.

A maggior ragione, allora, si dovrebbe agire sul terzo elemento: la visione. In modo da ipotizzare un percorso di riforma che rimuova le criticità, dia certezze e introduca semplicità. Gli obiettivi di una buona riforma dell’Irpef dovrebbero essere più di uno: riduzione del carico impositivo su tutti i redditi da lavoro (dipendente, autonomo, imprenditoriale); semplificazione; ricerca della migliore equità orizzontale e verticale. Per la serie: pagare meno, pagare meglio e migliorare l’equità, sia tra categorie di percettori di reddito sia tra redditi di ammontare diverso (sulla base del principio di progressività). Con una premessa d’obbligo: il dibattito sulla riforma dell’Irpef si è spesso focalizzato sul numero e sul valore delle aliquote, dimenticando che le principali criticità nascono dalla determinazione delle basi imponibili su cui quelle aliquote si applicano. Senza contare che su oltre 800 miliardi di imponibile Irpef, mancano all’appello più di 200 miliardi, che godono di troppe cedolari di diritto e di una grande cedolare di fatto che si chiama evasione fiscale.

Per queste ragioni, la prima mossa da mettere in campo dovrebbe essere il superamento della selva di regimi speciali e di bonus categoriali che oggi sono causa di distorsioni, complessità e iniquità. La rincorsa a tali tipologie di interventi, rapidamente accentuatasi negli ultimi anni, ha generato una duplice scissione dell’imposta sui redditi delle persone fisiche: la prima – esogena – originata dalla traslazione di determinate tipologie di reddito dall’Irpef a una pluralità di regimi sostitutivi (cedolare secca, forfettario e così via); la seconda – endogena – dal varo di cospicui bonus categoriali (80 euro di Renzi, 20 euro di Conte e così via). Con il risultato che il carico fiscale finisce per essere definito non soltanto dall’ammontare degli introiti conseguiti, ma anche dalla tipologia di reddito e dalla scelta del regime impositivo. Non è un mistero, per esempio, che – a parità di reddito prodotto – un lavoratore autonomo che possiede i requisiti per accedere al regime forfettario possa godere, rispetto a chi non li ha, di un trattamento fiscale più favorevole.

Come è noto che la combinazione di detrazioni più alte e bonus renda il carico fiscale sui redditi da lavoro dipendente più leggero di quello sopportato da lavoratori autonomi o atipici: effetto distorsivo paradossalmente più evidente proprio sui redditi medio-bassi, considerando che, per esempio, un lavoratore autonomo con 20mila euro di reddito sopporta un’Irpef pari a 1,78 volte quella di un lavoratore dipendente, mentre a 15mila euro il divario è di ben 3,75 volte. È evidente, allora, che una riforma che voglia mettere al centro il principio di equità non possa prescindere dal ricondurre a unitarietà – proprio sotto il profilo del trattamento tributario dei redditi realizzati – tutto il mondo del lavoro, dipendente, autonomo o atipico che sia. La riforma, quindi, dovrà condurre al varo di un modello che preveda come regola generale l’assoggettamento a Irpef di tutte le tipologie di reddito prodotto, lasciando eventualmente spazio ai regimi sostitutivi soltanto in casi marginali, motivati da esigenze di semplificazione e di contrasto all’evasione.

La nuova Irpef, al di là del modello cui ci si vorrà ispirare, dovrà quindi essere fortemente progressiva, ma più equa e meno gravosa non solo sui redditi bassi ma anche su quelli medi (i veri tartassati in Italia se si guarda alle comparazioni internazionali). A ben vedere, evitando le incognite e le criticità che necessariamente dovranno essere superate nel caso in cui si optasse per l’introduzione di un sistema mutuato da esperienze di altri paesi (come quello tedesco di cui si discute), si potrebbero raggiungere tali obiettivi anche riformando il modello attuale dell’Irpef. A nostro avviso si dovrebbe agire in due direzioni: in primo luogo, unificando le detrazioni sui redditi da lavoro al livello attualmente previsto per i lavoratori dipendenti; in secondo luogo, rivedendo al ribasso le aliquote del terzo e del quarto scaglione e, contestualmente, introducendo un sesto scaglione per i redditi più elevati. Le risorse disponibili individueranno il punto in cui “fissare l’asticella”: ipotizzando un taglio di 4 punti dell’aliquota del terzo scaglione (dal 38% al 34%) e di 2 punti di quella del quarto (dal 41% al 39%) e il contestuale inserimento di un sesto scaglione con aliquota del 46% per i redditi superiori a 150mila euro, si determinerebbe un minor gettito di circa 3,3 miliardi di euro, generando risparmi di imposta per gli 8,5 milioni di contribuenti con redditi superiori a 28mila euro e un aggravio del carico fiscale solo a partire da 200mila euro. Complessivamente, un effetto non dissimile dal recepimento del cosiddetto modello tedesco che, infatti, rispetto alla nostra Irpef è caratterizzato proprio da una maggiore equità orizzontale tra redditi di lavoro dipendente e autonomo e da una minore incidenza del carico fiscale sui redditi medi.

A questo andrebbero aggiunti altri due passaggi. In primo luogo, rispetto al tema “famiglie”, si dovrebbe superare l’iniquo (e poco generoso) sistema di aiuti fiscali per i figli a carico, fatto di detrazioni e assegni al nucleo, introducendo un “assegno unico” per ogni figlio sotto i diciotto anni. Oggi, infatti, gli incapienti non beneficiano delle detrazioni e gli autonomi degli assegni. Ma così come non esistono lavori di serie A e di serie B, non devono esistere famiglie di serie A e di serie B. Lo ripetiamo sempre nei nostri convegni. È il momento di farlo dire anche al fisco. In secondo luogo, relativamente alla semplificazione della determinazione delle basi imponibili (tema che interessa i contribuenti con partita Iva), merita particolare attenzione la proposta di cash flow tax, lanciata dal direttore dell’Agenzia delle Entrate e della riscossione, Ernesto Maria Ruffini. Tra gli aspetti positivi dell’adozione di un principio di cassa “puro” assume rilevanza sia la semplificazione del calcolo del reddito imponibile sia, soprattutto, la funzione incentivante sugli investimenti. Senza contare che questo modello potrebbe rappresentare, soprattutto se accompagnato dall’universalizzazione degli strumenti elettronici di fatturazione e dall’incentivazione dei pagamenti digitali, un efficace strumento di contrasto all’evasione.

Desta solo qualche perplessità l’idea di accompagnare l’introduzione del nuovo regime con un meccanismo di calcolo e versamento mensile dell’imposta, che mal si adatterebbe – in un sistema caratterizzato dall’applicazione di aliquote progressive su scaglioni di reddito – a soggetti che generalmente presentano un andamento irregolare di incassi e pagamenti. Sempre in tema di semplificazioni, infine, dobbiamo abbandonare l’idea di identificarla con la mera riduzione del numero delle aliquote o con la soppressione generalizzata delle detrazioni (che spesso, tra l’altro, rispondono a bisogni sociali di primaria importanza). La complessità del sistema fiscale italiano, infatti, ha origini diverse, riconducibili alla frammentazione della normativa (che andrebbe ricondotta a specifici “testi unici”), alla numerosità e farraginosità degli adempimenti (che dovrebbero essere ridotti con l’universalizzazione degli strumenti digitali), alla percezione “negativa” del fisco da parte dei cittadini (e in tal senso sarebbe significativo elevare a rango costituzionale lo statuto del contribuente), nonché alle difficoltà e alle incertezze nella determinazione delle basi imponibili su cui ci siamo già dilungati.

Pagare meno e meglio, in maniera più semplice e con maggiore equità, è non solo auspicabile ma possibile. A patto di abbandonare le bandierine ideologiche e abbracciare una visione chiara del nostro fisco che metta al centro i principi di parità di trattamento e universalità. Non ci serve né un fisco “bizantino” come l’attuale né un fisco “piatto” incentrato su un’unica aliquota, ma un fisco equo e progressivo, che non discrimini più tra categorie di lavoratori o di famiglie.