«Avvocato Melzi, forse non ha capito: se lei non mi dice tutto sulla “cosca Ferrazzo”, lei non esce più dal carcere, perché butto via le chiavi».
Se qualche ingenuo pensava che questo tipo di espressione, butto via le chiavi, abbondasse solo sulla bocca dello stolto o dell’incauto politico, può subito ricredersi. Questa parole sono state pronunciate, oltre dieci anni fa, da uno di quei magistrati che vengono indebitamente definiti da alcuni “antimafia” e da altri più correttamente “professionisti” della medesima, il dottor Mario Venditti, che all’epoca di questa storia era pubblico ministero della Dda a Milano. Le chiavi che il famoso magistrato voleva buttare erano quelle che tenevano incarcerato un brillante avvocato milanese, Giuseppe Melzi, noto non solo per aver assistito i piccoli risparmiatori della Banca Privata Italiana (vicenda Sindona) e del Banco Ambrosiano (vicenda Calvi), ma anche per le sue numerose attività nel mondo ella cultura, dell’arte, dei diritti e della solidarietà. Un bravo avvocato, un bravo cattolico, che stava sempre “dalla parte giusta”, quella dei deboli contro i forti, della giustizia contro le ingiustizie. Trentacinque anni di onorata professione senza macchia. Sedici anni di persecuzione del circo mediatico-giudiziario. Con le stimmate del mafioso, anzi del “regista” di un traffico di armi e droga tra la Svizzera e la Calabria, al soldo di una sconosciuta “Cosca Ferrazzo”, lavando soldi da reinvestire in Sardegna e altri luoghi turistici.
Ora l’avvocato Melzi, a un anno dalla notizia dell’archiviazione del suo caso, ha scritto un Libro Bianco (“riservato a familiari ed amici”), in cui racconta ANCHE di sé, della sua vita distrutta, lo studio professionale chiuso, la sospensione dall’Ordine degli avvocati, il carcere, la gogna, gli interrogatori infiniti, le intercettazioni e i pedinamenti subiti. Tutto ciò è il vestito che gli è stato cucito addosso con aghi crudeli. Ma quel che vuole far sapere a chi lo saprà ascoltare è che ogni giorno sono mille e ancora mille i vestiti cuciti addosso con crudeltà a tanti malcapitati, non da un sistema, ma da persone, che vengono chiamate con nome e cognome. E puntigliosamente vengono elencati gli ostacoli che certi amministratori di giustizia frappongono al diritto alla difesa e al rispetto della Costituzione.

L’avvocato Giuseppe (o Pino o Pinuccio) Melzi viene “fermato” con una scusa alle ore 13,15 del primo febbraio 2008 davanti al suo studio di largo Richini, pieno centro di Milano, proprio di fronte all’Università Statale dove si è laureato. In caserma gli viene consegnato un ordine di custodia cautelare del gip Guido Salvini costruito con il copia-incolla: 258 pagine scritte dal pm e 18 dal giudice, veloce sintesi delle precedenti. Nella stessa giornata vengono perquisiti con esito negativo casa auto e studio legale dell’avvocato, dove vengono sequestrate carte di lavoro che riempiono sei faldoni. Lui viene portato a San Vittore. L’inchiesta nasceva a Varese, nelle mani di un pm, Agostino Abate, molto noto alle cronache perché in seguito sarà trasferito dal Csm al tribunale civile di Como per “gravi inerzie” in procedimenti famosi come il caso Uva e l’uccisione di Lidia Macchi. Nel corso dell’ indagine, chiamata suggestivamente Dirk Money, denaro sporco, Giuseppe Melzi ha subito, senza neppure un’informazione di garanzia, controlli bancari per quattro anni e mezzo, intercettazioni telefoniche su dieci diverse utenze e ambientali: 11.587 pagine di trascrizione, 17 faldoni di complessivi 76 dell’intero procedimento, OCP (osservazioni, controlli, pedinamenti) riportati in 169 pagine. La relazione finale dei Ros dei carabinieri individuava l’avvocato Melzi come il “regista” delle attività mafiose di una presunta “cosca Ferrazzo” e il suo studio legale, come scrisse in quei giorni per esempio La Repubblica, «uno dei luoghi d’incontro di affiliati alla ‘ndrangheta calabrese e truffatori italosvizzeri». Dopo avergli infine inviato un’informazione di garanzia per “agevolazione mafiosa” e “riciclaggio” il dottor Abate aveva poi trasmesso per competenza gli atti alla procura “antimafia” di Milano, dove entrano in scena il dottor Venditti, quello delle chiavi, e il gip Salvini che ne dispone la custodia cautelare in carcere. E ricomincia la trafila degli interrogatori, con i legali (Giuliano Pisapia, Massimo Di Noia, Matteo Uslenghi) che si trovano nelle mani migliaia di pagine che dovrebbero sostenere un’ipotesi accusatoria che è solo un teorema. Complessivamente sono state verbalizzate 1.195 pagine e ancora non c’è il bandolo della storia. Nel frattempo, con grande sprezzo del pericolo, l’Ordine milanese degli avvocati sospende l’avvocato dalla professione. Poi, dopo 89 giorni di custodia in carcere e 7 mesi ai domiciliari, arriva la libertà e insieme la richiesta di rinvio a giudizio. Ma il gup Paolo Jelo, dopo aver scoperto che non era mai esistita una “cosca Ferrazzo” né in Calabria né altrove, scopre anche che la competenza territoriale non era radicata a Milano (e l’ufficio del “regista” dove si incontravano i mafiosi?), ma in Sardegna, dove si sarebbero dovuti fare i famosi investimenti con il denaro sporco. Nel 2016 i giudici sardi archiviano, dopo altri 7 anni di vane ricerche, l’inchiesta, definendo le indagini di Varese e Milano “assurde e cieche”. Ma non è ancora finita. Perché i magistrati archiviano e non notificano. Così l’avvocato Melzi verrà a sapere per caso da un collega sardo che la sua persecuzione è finita solo due anni dopo. Sono passati sedici anni dalle prime indagini. E oggi c’è questo Libro Bianco che andrebbe diffuso non solo a “familiari e amici” come l’ avvocato vorrebbe. Basterebbe leggere, oltre alla sua storia, i titoli dei capitoli che dedica alle distorsioni che condizionano le storie giudiziarie di tanti: l’avvocato indagato, il predominio dell’accusa, il potere a vita insindacabile dei giudici, la riparazione e il risarcimento, la madre di tutte le caste, le correnti orgogliose, i rischi professionali, discrezionalità e arbitrio, avvocato e non prestanome. E dedica un bel capitolo all’informazione, anche qui con nomi e cognomi di giornalisti, ma anche di autori di libri sulla mafia che parlano dell’avvocato Melzi come di un appartenente alle cosche. Come per esempio “Per non morire di mafia” di Pietro Grasso e Alberto La Volpe.

P.S. «Dopo l’arresto dell’avvocato Giuseppe Melzi, accusato di riciclaggio e reimpiego di capitali a favore della ‘ndrangheta, abbiamo assistito all’ennesima condanna preventiva senza nemmeno aspettare l’esito di un processo. Possibile che nessuno abbia avuto il buon gusto di dire, o quantomeno di pensare, che l’avvocato Melzi potrebbe essere innocente?… Insomma, la storia non cambia, basta un’informazione di garanzia o un arresto per essere già colpevoli… Io, senza timore, pongo a tutti questa domanda, semplice e chiara: e se l’avvocato Melzi fosse innocente?». Tiziana Maiolo, assessore al Comune di Milano, 13 febbraio 2008. Citazione dalla prima pagina del Libro Bianco..