Philip Roth è vivo e lotta insieme a noi, come recitava un vecchio slogan. È tornato scandaloso, irriverente, beffardo a seppellirvi di letteratura. Roth non cerca la verità: cerca tutte le verità possibili, sapendo che ciascuna è, inevitabilmente, una finzione ben raccontata.

La clamorosa iniziativa editoriale di Adelphi che ripubblica l’opera di Roth con nuove traduzioni restituisce lo scrittore americano all’attuale panorama letterario con tutta la sua forza. E se il celebrato “Portnoy” evocava questo gran ritorno, adesso con “Operazione Shylock” (con scintillante introduzione di Emmanuel Carrère e la moderna traduzione di Ottavio Fatica) si ha la certezza di ritrovare un gran libro dimenticato un po’ troppo in fretta. Questo è un romanzo molto forte – va detto subito – che era rimasto sepolto sotto la pila di più note opere rothiane e che Adelphi ha ripubblicato per secondo (dopo “Portnoy” appunto), probabilmente azzeccando il momento, perché la lettura di “Operazione Shylock” è sconvolgente da leggere dopo il 7 ottobre e gli avvenimenti successivi che sono ancora sotto i nostri occhi: la questione israelo-palestinese è ancora lì, intatta e più tragica.

Scritto alla fine degli anni Ottanta sull’onda della prima Intifada, questo romanzo – che viene prima di due capolavori assoluti come “Il teatro di Shabbat” e “Pastorale americana” – si prospetta come una gigantesca fantasmagoria scritta da Philip Roth su Philip Roth medesimo intrecciata a una complessa teorizzazione del problema mediorientale. L’incrocio tra i due piani è perfetto. Cattura il lettore, malgrado qualche inevitabile discontinuità dovuta a un incredibile accumulo di materiale romanzesco, come spesso accade nei romanzi lunghi (450 pagine), intrappolandolo in un’inestricabile dialettica tra realtà e non realtà. C’è qui dunque una riflessione politica insieme a una strabordante e grottesca inventiva letteraria: insomma, è Roth. Ed essendo Roth, la sua verità è falsa e le sue bugie sono vere.

La trama, se così si può definire, poggia su un classico letterario: il doppio. Il vero Philip Roth viene a sapere dell’esistenza di un falso Philip Roth che, spacciandosi per il famoso scrittore americano, va sostenendo il “diasporismo” degli ebrei, vale a dire una teoria esattamente opposta al sionismo. È ora che gli ebrei tornino laddove hanno costruito la loro identità moderna, in Europa, attuando una clamorosa rivincita storica su Hitler e «per evitare un secondo Olocausto nel quale i tre milioni di ebrei che vivono in Israele finirebbero massacrati dai loro nemici arabi o i nemici sarebbero decimati dalle armi nucleari israeliane, una vittoria che, al pari di una sconfitta, distruggerebbe per sempre le fondamenta morali della vita ebraica». Lo Stato di Israele, insomma, è stato utile ma ha fatto il suo tempo. Di questo progetto il finto Roth ha parlato, convincendolo, con Lech Walesa, all’epoca capo dell’opposizione in Polonia, il Paese che secondo il falso Roth (battezzato con nomignolo ridicolo Moishe Pipik) per gli ebrei può diventare una nuova patria: egli ha in mente di fare del “diasporismo” la chiave di volta per superare in un colpo solo il conflitto mediorientale. Il vero scrittore, su tutte le furie per l’esistenza di un personaggio che si spaccia per lui, va e lo affronta a Gerusalemme, dove si sta svolgendo il processo a John Demjanjuk, un operaio ucraino-americano di Cleveland estradato in Israele e accusato di essere la guardia sadica di Treblinka e l’assassino di innumerevoli ebrei noto alle vittime come Ivan il Terribile.

Tra i due Roth nasce un corpo a corpo che fa venire alla luce tutte le contraddizioni del vero Philip Roth che – qui come in altri romanzi – “si mette a nudo”, à la Baudelaire: ma con l’ironia e la tensione all’ambiguità che egli attinge proprio dalla cultura e dalla letteratura ebraico-americana (quante considerazioni perfide – vere o false – su Bellow, Mailer, Allen). Nel contrasto tra i due Roth, che non è tra il Bene e il Male come nel Dottor Jekyll e Mr. Hyde ma molto più sfumato, si staglia l’angoscia esistenziale e filosofica dello scrittore, sperso tra diverse “verità” che gli si presentano davanti. Ma poi: verità o allucinazione? Tra queste, la lunga filippica antiebrea del suo vecchio amico arabo George Ziad che vive in una Ramallah spettrale e circondata dai soldati israeliani. Dice a un certo punto George a Roth: «Philip, mentre questa corte istituita per Demjanjuk soppesa con cura le prove a beneficio della stampa mondiale, mentre alla radio, alla televisione, e sulla stampa internazionale si inscena questa parodia della giustizia israeliana, in tutta la Cisgiordania si applica la pena di morte. Senza esperti. Senza processi. Senza giustizia. Con pallottole vere. Contro persone innocenti».

C’è molto altro. Un improbabile personaggio che allunga allo scrittore un milione di dollari, un altro che gli propone di scrivere la prefazione ai diari di Leon Klinghoffer, il cittadino americano gettato a mare dai terroristi palestinesi dalla nave “Achille Lauro”, una bellissima amante del falso Roth che a un certo punto flirta anche con quello vero: il circo rothiano gira a pieno ritmo. E ovviamente ci sono tante parole, tante teorie. Ma chi ha ragione e chi ha torto? Impossibile dirlo, per l’ebreo americano Roth. L’“Operazione Shylock” – incarnazione dell’odioso ebreo stereotipato da Shakespeare – si rivela un tortuoso valzer tra vero e falso al termine del quale non c’è la Risposta. Nell’infinita giostra romanzesca, Roth fa a pezzi tutti gli specchi della realtà e della finzione. Ha ragione Carrère: «Niente, mai è riuscito a imbrigliare la sua libertà, la sua capacità di interpretare tutti i ruoli, di occupare a turno tutte le posizioni, di difenderle o demolirle con voluttuosa onestà». Philip Roth, «il Dostoevskij della disinformazione», come lo definisce l’amico arabo George, è tornato.