«Napoli riparta dal senso di comunità, dalla cultura del bene comune e naturalmente dall’educazione al “patto di civiltà” tra cittadini. Le periferie? Non bisogna portarle al centro, secondo un usurato slogan, ma, al contrario, bisogna portare il centro nelle periferie e de-localizzare pezzi di città in quartieri simbolicamente difficili». È l’opinione di Maria Luisa Iavarone, docente universitaria che per i giovani di Napoli formula un doppio auspicio: la creazione di una cittadella del cinema, di una casa della musica o di un atelier della danza, oltre l’elezione di un sindaco capace di unire la città e dialogare con tutti.

Professoressa, oggi Napoli che tipo di citta è?
«Domanda complicata, soprattutto se facciamo riferimento agli ultimi mesi caratterizzati dalla pandemia. Il “pandemic big-bang” ha segnato un cambiamento epocale: una città tradizionalmente caratterizzata dalla compresenza di profondi contrasti, antinomie, un miscuglio inestricabile che fa convivere la borghesia cittadina dei bei palazzi di Toledo con il sottoproletariato degli anfratti oscuri dei Quartieri Spagnoli. Queste due città continuano a vivere vicinissime, contigue, spesso insanamente complici, molte volte reciprocamente intolleranti, ai limiti della sopportazione. Ora la situazione è insostenibile».

Parliamo di quel lato oscuro della città: lei ne è stata vittima insieme con suo figlio Arturo, aggredito da una baby gang. Secondo lei il Comune di Napoli ha fatto abbastanza per promuovere la sicurezza?

«Il mio giudizio personale su questa amministrazione non è assolutamente lusinghiero. Le riporto una esperienza personale: all’indomani della vicenda di Arturo chiesi le dimissioni dell’allora assessora ai servizi sociali del Comune avendo scoperto che uno dei ragazzi che aveva accoltellato mio figlio si trovava in “messa alla prova”, già condannato per un reato grave, e pertanto affidato ai servizi sociali del Comune di Napoli che evidentemente non avevano fatto molto per lui, visto come era andata a finire. Quell’assessora, ovviamente, non si dimise né fu rimossa dal sindaco in quella circostanza; il primo cittadino la sollevò dall’incarico molti mesi dopo, per motivi più opportunisticamente connessi ai numerosi rimpasti che siamo stati costretti a digerire in questi anni. E poi non bisogna dimenticare lo scempio dei parchi, dei giardini, delle buche, delle gallerie chiuse. E la lista potrebbe essere ancora molto lunga».

Quale strategia bisognerebbe adottare per aiutare i giovani a rischio?

«Contrastare, curare, corresponsabilizzare e condividere. Le 4 C del modello Artur (l’associazione Adulti responsabili per un territorio unito contro il rischio fondata dalla Iavarone a seguito dell’aggressione subita dal figlio Arturo, ndr). Il principio basilare è spostare l’analisi del rischio da chi “lo vive” a chi “lo osserva”. Nella sostanza la devianza ha a che fare con tutti noi e tutti noi possiamo fare qualcosa per contrastarla. Bisogna concretamente abbassare la soglia della tolleranza, dell’indignazione collettiva, del controllo sociale ma anche del giudizio di condanna comune. Non dobbiamo sopportare ciò che è socialmente intollerabile tirando avanti, sperando sempre che il peggio accada ad altri. Purtroppo poi accade che queste disordinate esistenze di ragazzi deviati possano incrociare anche le vite più ordinate (come nel caso di Arturo) e allora nessuno può pensare di essere completamente al sicuro».

Come fare per includerli in un circuito produttivo e allontanarli dalla malavita?

«Con il lavoro e l’istruzione: un binomio inscindibile. E poi residenzialità per i ragazzi che dimostrano di volercela fare da soli, anche consentendogli di recidere rapporti con i contesti devianti di provenienza».

Quale progetto vede per le periferie?

«Le “periferie” sappiamo bene che non sono sempre “in periferia”. Molte sono quelle interne alla città che ospitano sacche di degrado e di povertà educativa profondissime. E non mi riferisco certo alla sanità, divenuta oramai un “brand” famoso e virtuoso. In pieno centro ci sono luoghi sconosciuti agli stessi napoletani come la zona delle “Cavaiole” e quella dei cinesi, le Case celesti e il rione Amicizia”, in cui le istituzioni del governo della città fanno davvero poco. Il progetto è, quindi, non portare “le periferie al centro” (che d’altra parte già ci sono) secondo un usurato slogan ma, al contrario, il centro nelle periferie e de-localizzare pezzi di città in quartieri simbolicamente difficili. Mi piacerebbe, per esempio, che Napoli avesse lì, come molte città europee, la cittadella del cinema, la casa della musica o l’atelier della danza».

Secondo lei che cos’è mancato di più in questi anni di amministrazione arancione?

«Molte cose. Sicuramente una visione sistemica e di comunità, di progettualità condivisa tra istituzioni e cittadini, di rispetto e di collaborazione anche tra i rappresentanti di queste istituzioni. Sono divenute oramai insopportabili le contumelie che si da anni si scambiano il sindaco Luigi de Magistris e il governatore Vincenzo De Luca: due tristi volti della città, entrambi oramai sempre più ostaggio dei reciproci personaggi».

Da dove bisogna ripartire?

«Da un “patto di civiltà” tra cittadini: dismettere l’ottuso atteggiamento di perpetrare quell’individualismo miope che ci rende incapaci di riconoscere come l’interesse personale passi da quello comune».

Tra poco ci sarà un cambio ai vertici di Palazzo San Giacomo: ci traccia l’identikit del prossimo sindaco?

«Immagino un sindaco che unisca la città, che abbia capacità empatiche e di dialogo, che sappia parlare diversi “linguaggi” ma che abbia una visione europea della città abbinata a una passione locale. I prossimi mesi saranno cruciali per delineare uno scenario interessante che finalmente svelerà intenzioni reali e progetti praticabili per una città che, negli ultimi anni, ha mostrato un profilo di estrema sofferenza nella gestione dell’ordinario e dello straordinario».

Per quanto riguarda i nomi dei possibili candidati a sindaco, circolano quelli di Alessandra Clemente per demA, Catello Maresca per il centrosinistra e Antonio Bassolino per il Pd, che opinione ha?

«Li conosco personalmente. Antonio Bassolino è un esperto e navigato amministratore e politico. Catello Maresca un magistrato coraggioso. Alessandra Clemente un’amica».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.