«Se c’è la rivoluzione, io ci sono»: così Luigi de Magistris ha manifestato la disponibilità a valutare una candidatura alla presidenza della Calabria. Si impone una prima considerazione: chi per dieci anni è stato sindaco della città capoluogo regionale (Napoli), se convinto di aver realizzato il profondo cambiamento e la “rivoluzione pacifica” annunciata a destra e a manca, dovrebbe candidarsi alla guida della “sua regione” (la Campania). Dema ha ventilato ha ventilato questa ipotesi per poi lasciarla cadere appena si è accorto dell’irrilevanza della coalizione che lo avrebbe sostenuto.
Oggi il “nostro” sindaco, salvato dal commissariamento solo dallo sconcertante voto sul bilancio di due consiglieri vicini al centrodestra, ormai privo della benché minima prospettiva di sopravvivenza politica, si inventa l’ipotesi della candidatura in Calabria. In realtà è interessato, più che alla presidenza della Regione (aspirazione che, non essendo stupido, sa bene essere chimerica), a uno scranno da consigliere, ben remunerato, nell’assemblea regionale. La sua possibile candidatura coincide con l’assoluzione, perché il fatto non sussiste, dell’ex governatore calabrese Mario Oliverio da alcuni reati che la Procura di Catanzaro gli aveva contestato e che lo avevano sottoposto a un calvario mediatico-giudiziario lungo quasi cinque anni: una vicenda che gli ha reso complicata l’esistenza e, di fatto, troncato la carriera politica impedendogli la ricandidatura alla guida della Calabria, precedentemente conquistata con il 60% dei consensi. Stessa sorte per Nicola Adamo, leader calabrese del Pd, e per sua moglie, la deputata Enza Bruno Bossio, entrambi scagionati da ogni accusa. Insomma, una classe dirigente decapitata e spazzata via dall’ennesima inchiesta costruita sulla sabbia mentre il presidente e la sua giunta governavano – bene, a quanto pare – la Calabria.
La possibile candidatura di de Magistris – a dispetto dei suoi annunci, continuo a non metterci la mano sul fuoco – si incrocia con le vicende di una terra dove è in corso uno scontro tra diversi poteri dello Stato, ben descritto dal direttore Piero Sansonetti, sulle pagine di questo giornale. De Magistris proverà a proporsi come l’uomo delle Procure, dell’offensiva legalitaria contro i poteri deviati, le massomafie e la corruzione pubblica? Sarà rilanciata la retorica della “toga strappata”, dei complotti orditi ai suoi danni e a quelli dei calabresi onesti, a onta delle realtà processuali che rimandano a inchieste inconsistenti e prive di riscontri concreti? Proprio in Calabria è attiva, a distanza di un decennio dai fatti, l’associazione Vittime di de Magistris.
Conforta apprendere che il Pd ha già annunciato la volontà di non sostenerlo: l’ha dichiarato il segretario partenopeo Marco Sarracino replicando a un mio post su Facebook e sottolineando che è tutto il Pd a pensarla così. Sarebbe singolare se il leader arancione incassasse in terra di Calabria il sostegno del Movimento Cinque Stelle, che non ha mai fatto mistero di ritenere la sua amministrazione napoletana «la peggiore della storia repubblicana». L’ impressione è che, in realtà, l’ex pm punti su una sparuta sponda grillina. La competizione in Calabria avrà un rilievo che va ben oltre i confini regionali: farà capire se un soggetto politico progressista intenderà ancorarsi ai valori di un autentico riformismo, ispirato a una cultura liberale e garantista, o se cederà alla vulgata populista, anticasta e giustizialista che una democrazia occidentale matura come la nostra dovrebbe lasciarsi alle spalle.