Pubblichiamo di seguito un estratto dell’edizione aggiornata de “Il Mostro”, il libro del leader di Italia Viva (Piemme, 2022, pp. 189).

Se oggi il premier si chiama Giorgia Meloni, se il vicepremier si chiama Matteo Salvini, se la maggioranza ha avuto i numeri per eleggere Ignazio La Russa e Fontana, se questa è la squadra che ci governa lo dobbiamo solo e soltanto alla scelta di Enrico Letta di rinunciare a una coalizione credibile per privilegiare le ragioni del rancore personale. Al Senato la maggioranza si regge su quindici senatori. Se ci fosse stato il progetto del Nuovo Centro Sinistra di cui mi scriveva l’uomo di cultura, la destra non avrebbe avuto i numeri da sola. E forse oggi al governo ci sarebbe di nuovo Mario Draghi. E comunque non ci sarebbe questo governo, con questa maggioranza.

Nell’analisi del voto il Pd si è accontentato del risultato, Letta ha rifiutato di dimettersi andando al congresso a scadenza naturale, il Movimento Cinque Stelle è stato rivitalizzato dalla strategia allucinante dei democratici e le colpe sono state indirizzate naturalmente contro il Terzo Polo. Ma quando si analizzerà con freddezza questa fase si capirà che sarebbe bastato poco, pochissimo, al Pd per fermare il governo di estrema destra: o un accordo coi grillini che al Sud avrebbe portato molti più collegi o un accordo con il Terzo Polo che avrebbe fatto scattare almeno una decina di seggi al Senato. Il Pd ha pigiato il tasto dell’autodistruzione e nessuno ancora oggi ha il coraggio di ammetterlo. Chi cercherà di agevolarne il tracollo è il Movimento Cinque Stelle con Giuseppe Conte che – forte dei consigli di qualche autorevole dirigente del Pd – farà di tutto per fagocitare l’esperienza dem.

Sono la persona più lontana da Conte, in termini sia di relazione personale sia di valori e ideali politici. Lui può sostenere allo stesso modo Trump e Biden, Bolsonaro e Lula, Salvini e Fratoianni, io sono un uomo di scelte nette: lui è un compromesso ambulante, io sono cresciuto alla scuola dei sì sì, no no. E poi nel merito troppe cose ci dividono: lui ha firmato i decreti Salvini, io le unioni civili. Unicuique suum, si sarebbe detto nell’antica Roma. Devo però riconoscere che la sua strategia, oggi, è più chiara di quella del Pd. Cominciamo con la scelta di portare il Paese al voto. Conte aveva l’obiettivo di sopravvivere e lo ha raggiunto. Ma aveva anche tre obiettivi di seconda fascia, spiegati agli amici nei conciliaboli estivi. Il primo: far fuori Draghi da Palazzo Chigi, perché lo considerava usurpatore. Obiettivo raggiunto. Il secondo: far fuori me dal Parlamento e purtroppo per lui – come spesso gli è accaduto nelle cose che mi riguardavano – l’avvocato del popolo ha fatto male i suoi conti. Il terzo: far fuori Di Maio da tutto e questo è stato il più semplice da raggiungere.

Conte ha fatto poi un’opa su ciò che resta dell’esercito giustizialista di questo Paese. In particolar modo la candidatura dell’ex pm Scarpinato parla a un mondo, quello che continua a credere che lo stato è colpevole di tutto (educando un’intera generazione di persone a credere ai complotti della politica e delle forze dell’ordine contro alcuni giudici che si autoattribuiscono la qualifica di depositari del bene assoluto) nonostante il flop dei processi come quello sulla trattativa. Scarpinato mi ha riservato alcune parole cariche di odio cui non risponderò. O meglio, non risponderò a questo sopravvalutato magistrato siciliano finché egli non racconterà la verità su ciò che scrive Luca Palamara nei suoi libri e sugli strani rapporti tra Scarpinato e alcuni indagati e condannati per associazione a delinquere in terra sicula. Nel frattempo lo vedo atteggiarsi nella sua posa senatoriale con la fluente chioma e un innato narcisismo. Nell’intervento sulla fiducia al governo Meloni, le sue parole sullo stragismo e sulla ricostruzione della storia repubblicana denotano un approccio grottesco e allucinante: c’è da domandarsi come possa essere credibile un uomo del genere.