E’ entrato nel ‘Palazzo’ del calcio italiano in nome del bel gioco, per allontanare ombre e dubbi sul pragmatismo di una squadra che in Italia vince da quasi un decennio ma che non brilla per idee in campo e simpatia fuori.

Un anno dopo Maurizio Sarri è stato cacciato da quel Palazzo che si era preposto di conquistare alla guida del Napoli salvo poi entrarci con le ‘chiavi‘ dei proprietari. La sua avventura sulla panchina della Juventus non è mai decollata nonostante il nono scudetto di fila, il primo vinto dall’ex dipendente di banca che 20 anni fa mollò tutto per fare l’allenatore partendo dai campetti dilettantistici.

Niente calcio champagne, niente gioco avvolgente, niente due tocchi e palla passata al compagno di squadra. Tante, troppe difficoltà nella gestione di uno spogliatoio dove tra senatori e prime donne si è rivelato difficile lavorare quotidianamente sugli schemi che l’allenatore nato a Bagnoli ma cresciuto a Figline Valdarno, in Toscana, partoriva in continuazione da grande studioso di calcio.

Sarri ha pagato l’inesperienza all’interno di una società dove l’allenatore conta relativamente se in rosa ci sono Cristiano Ronaldo e tanti altri campioni, o pseudo tali.

Sarri ha pagato l’essersi appiattito, piegato al linea societaria che ha inevitabilmente imposto gerarchie e giocatori intoccabili anche se non si sposavano alla perfezione con l’idea di calcio dell’ex tecnico di Napoli e Chelsea.

Sarri ha pagato la scarsa abnegazione che avevano alcuni suoi giocatori verso quel calcio verticale, verso quel ritmo incessante, verso quella filosofia di vincere dominando l’avversario e non segnando un gol in più dei rivali.

Sarri ha pagato l’aver deciso di non imporsi all’interno di uno spogliatoio probabilmente appagato e con poca fame verso un gioco diverso da quello praticato da sempre dalla Vecchia Signora.

Sarri ha pagato la scarsa abilità nel saper leggere le partite a gara in corso, con sostituzioni che spesso non si sono rivelate all’altezza della situazione.

Sarri ha pagato le due finali perse contro Lazio e Napoli, in Supercoppa e Coppa Italia, e l’addio prematur0 alla Champions League, la vera ossessione della famiglia Agnelli (che non la alza al cielo da oltre 20 anni).

Sarri ha pagato lo scarso feeling con il padrone incontrastato della formazione bianconera, quel Cristiano Ronaldo pagato a peso d’oro e che, al momento, non ha ripagato l’investimento. Un campione, certo, ma anche un accentratore, un giocatore che non valorizza i compagni di squadra. E i singoli nell’idea di calcio di Sarri non fanno la differenza.

Sarri ha pagato l’aver subito passivamente le scelte di mercato di una società che ha portato a Torino, strapagandoli, i vari Rabiot, Ramsey, giocatori che hanno inciso zero in un centrocampo (dove è mancato anche l’infortunato Khedira) che è il motore del gioco sarriano.

In queste ore sui media sono numerosi i retroscena, talvolta un tantino romanzati, che documentano il cattivo rapporto che l’allenatore aveva con alcuni suoi giocatori.

Sarri ha pagato probabilmente il suo essere schietto, in certi casi burbero, verso lo spogliatoio. Sul Corriere della Sera, Massimiliano Nerozzi riporta una battuta che fece girare le scatole ai campioni (o pseudo tali) bianconeri. “Ma come ho fatto a perdere due scudetti contro di voi“, avrebbe dichiarato dopo una partita della scorsa pre-season a Singapore, contro il Tottenham, persa e giocata malino.

Nerozzi scrive: “Non è stato solo un fallimento tecnico — pure per i mesi del lockdown — ma lessicale e spirituale, per affinità elettive, tra Sarri e i giocatori, che sono mancate fin dal principio. Come se l’allenatore fosse un formidabile ideatore di movimenti tattici e un pessimo creatore di empatia. A questo livello, almeno. Cristiano Ronaldo, tanto per fare il nome più ingombrante, s’è sempre impegnato ma spesso l’ha sopportato, anche per quella voce che, a ogni allenamento, sentiva sabotargli il talento: «Gioca a due tocchi, gioca a due tocchi». Che va benissimo con quasi tutti, non con tutti. Del resto, bisogna essere pure psicologi, ripeteva spesso Allegri. A Douglas Costa dava fastidio quel fumare vicino allo spogliatoio, ad altri che troppo spesso scappasse qualche parolaccia. Dopodiché, c’è stato pure un «rigetto tecnico», da parte di una squadra condizionata «da quello con la maglia numero 7». Cui però è dura rimproverare l’impegno”.

Emblematico e riepilogativo della sua esperienza in bianconero, lo striscione affisso all’esterno dello Juventus Stadium da qualche tifoso del Napoli. “Parlavi di potere… ma il portiere del palazzo non è il tuo mestiere”.