Cade l'ennesima pedina del cabinet trumpiano
Perché Trump ha cacciato Lori Chavez–DeRemer: la Segretaria al Lavoro paga gli scandali
Dopo le dimissioni di Kristi Noem, ormai ex Segretaria alla Homeland Security, e di Pam Bondi, ex procuratrice generale del governo americano, un’altra pedina del cabinet trumpiano cade: si tratta della Segretaria al Lavoro, Lori Chavez–DeRemer, ex deputata dell’Oregon dal 2023 al 2025. Chavez–DeRemer è stata una repubblicana moderata, in grado di rappresentare un ponte tra il partito e il movimento sindacale, ottenendo un punteggio quasi quattro volte più alto del repubblicano medio nella “pagella” compilata dall’AFL-CIO, la principale federazione sindacale statunitense. Per ottenere questi risultati, ha sostenuto (talvolta andando contro le indicazioni di partito) diverse leggi volte a tutelare i lavoratori e il loro diritto di organizzarsi, come il Protecting the Right to Organize Act, oltre ad aver sponsorizzato diverse leggi a favore dei diritti e delle opportunità economiche per i veterani.
Questo profilo orientato al mondo del lavoro la catapulta all’inizio del 2025 verso il ruolo di Segretaria. La scelta di qualcuno di competente è sicuramente anomala, soprattutto se paragonata alla scelta di Hegseth alla Difesa o della stessa Pam Bondi come procuratrice generale, ma va interpretata alla luce della natura tendenzialmente di basso profilo del ruolo all’interno dello scacchiere istituzionale americano. Da Segretaria, ha dato spazio ad alcune iniziative rilevanti come la “Make America AI-ready”, volta a favorire l’alfabetizzazione riguardo al tema dell’intelligenza artificiale, oltre ad un lavoro sulla reindustrializzazione, ovviamente legata a doppio filo con i dazi trumpiani, che non ha però portato i risultati attesi, con il mercato del lavoro che è risultato particolarmente debole per tutto il 2025. Formalmente, sia il Dipartimento del Lavoro sia la stessa Chavez–DeRemer hanno comunicato che le dimissioni dipendono dalla scelta dell’ex Segretaria di accettare un’offerta di lavoro nel settore privato, anche se la motivazione ufficiosa è molto meno edificante. Il New York Times, infatti, ha pubblicato di recente una storia secondo la quale la Segretaria e alcuni membri del suo staff avrebbero avuto relazioni intime con dei giovani membri dello staff, oltre ad aver chiesto allo staff di creare delle occasioni ufficiali fittizie per poter coprire le spese per dei viaggi personali.
Le sue dimissioni, quindi, derivano da motivazioni fondamentalmente diverse rispetto a quelle di Bondi e Noem, allontanate dall’amministrazione per evidenti motivi di incompetenza, con Donald Trump che sembra (o sembrava) aver capito che forse la mera lealtà politica non poteva risultare un criterio sufficiente per le nomine di alto rango. Il gabinetto americano, in questo caso, perde invece un membro competente sulla sua area di riferimento, oltre ad un politico in grado di avere una visione bipartisan e di rappresentare un anello tra il mondo sindacale, fino a pochi anni fa granitico blocco elettorale democratico, e il partito repubblicano.
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