L'€conomista
Pharma, la Most Favoured Nation ridisegna gli equilibri globali dell’innovazione
Secondo Farmindustria, la revisione dei prezzi negli Stati Uniti rischia di modificare le strategie delle imprese e di ridurre l’attrattività dell’Europa in un settore che vale il 2% del Pil italiano e traina l’export nazionale
Per anni il dibattito sui farmaci si è concentrato soprattutto sulla sostenibilità della spesa pubblica. Oggi, però, il baricentro si è spostato. L’innovazione terapeutica è diventata un elemento centrale della competizione internazionale e le decisioni che riguardano il settore farmaceutico producono effetti diretti sulla disponibilità dell’innovazione, sulla capacità di attrarre investimenti, ricerca e occupazione qualificata.
La scelta degli Stati Uniti di legare il rimborso di alcuni medicinali ai prezzi praticati nei principali Paesi OCSE rischia infatti di modificare gli incentivi agli investimenti, ridefinendo la geografia mondiale della ricerca farmaceutica e della produzione ad alto valore aggiunto.
È questa la chiave di lettura proposta dal presidente di Farmindustria, Marcello Cattani, che da mesi invita a spostare il dibattito da una logica esclusivamente sanitaria a una prospettiva geoeconomica. Secondo il numero uno dell’associazione delle aziende del pharma, la MFN non rappresenta semplicemente una misura di contenimento della spesa americana, ma uno strumento destinato a incidere sulla competizione globale per attrarre ricerca, capitale e capacità produttiva. In questo scenario, il rischio maggiore non sarebbe tanto un effetto immediato sui prezzi quanto una progressiva ulteriore perdita di attrattività dell’Europa rispetto a Stati Uniti e Cina.
I primi segnali, secondo Farmindustria, sarebbero già visibili. Nei mesi successivi all’annuncio della misura si è registrata una sensibile riduzione dei lanci di nuovi farmaci in Europa, fenomeno che l’associazione interpreta come il possibile effetto dell’MFN sulle strategie delle imprese internazionali. Se il prezzo europeo diventa infatti un parametro di riferimento per l’area statunitense, questo tende a posticipare l’introduzione delle terapie innovative nei Paesi europei, con ricadute dirette sull’accesso dei pazienti alle cure. Per Cattani, il tema non riguarda soltanto la sanità, ma la competitività complessiva del continente.
L’industria farmaceutica rappresenta uno dei principali asset manifatturieri italiani: nel 2025 ha raggiunto 69 miliardi di euro di esportazioni, pari a circa il 2% del Pil nazionale considerando filiera e indotto, con una crescita dell’export del 248% nell’ultimo decennio e oltre 4,4 miliardi di investimenti, di cui 2,5 destinati alla ricerca e sviluppo. Un settore che ha già contribuito per circa un terzo all’obiettivo nazionale di 700 miliardi di esportazioni fissato dal Governo per il 2027. La preoccupazione dell’associazione riguarda quindi la capacità dell’Europa di restare competitiva proprio nel momento in cui gli Stati Uniti stanno rafforzando le proprie politiche di attrazione degli investimenti. Secondo le stime richiamate da Farmindustria, oltre 400 miliardi di dollari di nuovi investimenti sono già stati indirizzati verso il mercato americano, mentre il Vecchio Continente rischia di perdere terreno nella corsa globale all’innovazione.
Da qui la richiesta di accompagnare la risposta europea con una revisione degli strumenti nazionali di politica farmaceutica. Tra le priorità indicate da Farmindustria figurano il superamento del meccanismo del payback, considerato un elemento di incertezza per gli investitori, l’accelerazione dell’accesso ai nuovi farmaci e la loro corretta valorizzazione, il rapido completamento del Testo unico della farmaceutica, la difesa della sostenibilità industriale, dell’innovazione e dell’attrattività, che presuppone il rifiuto di criteri economicistici di riduzione dei prezzi, come attualmente quelli in discussione nelle proposte di revisione del prontuario terapeutico dell’AIFA. L’obiettivo, secondo Cattani, è passare da una regolazione orientata al contenimento dei costi a un modello che consideri l’innovazione come un investimento capace di generare benefici economici e sociali nel lungo periodo.
La posizione di Farmindustria si inserisce così in un dibattito che va oltre la disciplina del settore farmaceutico. L’invecchiamento della popolazione, la crescita delle patologie croniche e la competizione internazionale per ricerca e tecnologie rendono impossibile separare la politica sanitaria da quella industriale. Se l’Europa vuole continuare a essere uno dei principali poli mondiali delle life sciences, sostiene l’associazione, dovrà creare condizioni capaci di trattenere investimenti, studi clinici e competenze scientifiche. Perché la vera posta in gioco della Most Favoured Nation non è il prezzo di una confezione di farmaci, ma il ruolo che il continente intende occupare nella futura geografia dell’innovazione.
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