Ambrogio
Milano ha perso la politica: ora serve una nuova idea di città e il ritorno del socialismo municipale
In politica vale una regola non scritta: se si apre un vuoto, qualcuno lo riempie. A Milano, da qualche anno, quel vuoto è di pensiero. L’accentramento del potere amministrativo nelle mani del Sindaco, l’esautoramento del Consiglio comunale e dei Municipi, il potere di condizionamento dei grandi interessi privati hanno prosciugato l’elaborazione e l’ambizione politica che i partiti faticano a rimpiazzare.
Non è la solita nostalgia della «Milano di una volta»: questa città non lo è mai stata, neppure per un giorno, perché vive di trasformazione continua. La domanda vera è se sappiamo ancora incidere su quei processi, se possiamo farli somigliare un po’ di più a noi. Qualcosa si muove: la pioggia di autocandidature su primarie ancora tutte da immaginare dice che le persone disposte a governare non mancano. Manca l’attenzione ai contenuti. In che città viviamo? Dove ci porta l’inerzia dei tempi? Si può correggere la rotta, e per dove? A queste domande prova a rispondere da un anno e mezzo il processo Hey Milano – innescato dal Centro Emilio Caldara insieme ad altri dodici circoli e associazioni di area centro sinistra – diventato, senza che nessuno glielo chiedesse, il «quartier generante» della città: un luogo che produce analisi, riflessione, pensiero.
La rotta individuata punta a un nuovo municipalismo metropolitano, nel solco del miglior riformismo milanese, lungo tre crinali. Il primo: restituire la regia pubblica di una «mano visibile» che governi le dinamiche economiche dentro quelle sociali, per una città fatta per chi la abita e non solo per chi la attraversa o ne estrae valore, lasciando in cambio uno sgocciolamento sempre più avaro. Il secondo: ricucire il tessuto urbano e sociale di un’area metropolitana sempre più sconnessa, fedele all’idea di una Milano «indivisa e indivisibile». Il terzo: rendere condivisa l’attrattività costruita nel mondo, distribuendo democraticamente la prosperità perché non diventi privilegio.
Milano ha le carte per indicare al Paese questo modello, come già accadde un secolo fa. Con Emilio Caldara e assessori dimenticati come Montemartini e Schiavi si realizzò la tesi di Matteotti: Comuni in equilibrio di bilancio che migliorano la vita dei cittadini partendo dagli umili, contro i massimalisti guidati da un Mussolini consigliere comunale proprio accanto a Caldara nel 1914, che i Comuni li voleva avanguardia rivoluzionaria, senza lenire le sofferenze del popolo per non togliergli la rabbia (si è visto come finì). Il riformismo di Turati e soprattutto di Anna Kuliscioff fu radicale sul serio, lontanissimo dalle storpiature di chi oggi lo confonde con il moderatismo e l’impotenza: la «dotora dei poveri», con i futuri sindaci Filippetti e Ferrari e i medici socialisti, inventò la sanità pubblica territoriale e gratuita, gli ambulatori di Porta Romana e le visite nelle case dell’Umanitaria; l’amministrazione Caldara costruì l’elettrificazione della città, il welfare di guerra, i mercati per calmierare i prezzi. Correndo rischi personali: prima dell’assalto squadrista a Palazzo Marino, il prefetto Lusignoli provò a commissariare la giunta Filippetti accusandola di «abuso di denaro pubblico» per aver finanziato il progetto di una metropolitana sotterranea, compito che i liberali ritenevano spettasse al mercato. Quel progetto del 1922 diventò poi il tracciato della linea rossa.
Qualcuno ha dichiarato morto il socialismo municipale negli anni Novanta, tra Tangentopoli e privatizzazioni tardo-thatcheriane che l’Istituto Bruno Leoni celebra ancora oggi come panacea. Ma negli anni Venti del nuovo millennio, con il ritorno delle disuguaglianze e la vacuità conclamata dello «sgocciolamento», quelle parole antiche riprendono senso. Le proposte di Mamdani a New York o il «socialismo municipalista» di alcuni giovani autocandidati milanesi sono lontani parenti dell’Umanitaria e della Fabian Society; eppure il ritorno non strumentale di quel vocabolario è una buona notizia. Se negli Stati Uniti, sotto l’uragano reazionario dei Maga, quattro americani su dieci giudicano positiva la parola socialista, significa che ripartire dalle comunità, dalla mutualità e dalla solidarietà resta la via migliore contro il dominio oligarchico.
Se la sinistra vuole tornare a vincere deve recuperare il valore più prezioso di questa città: una politica che dà speranza in un futuro migliore, opposta a quella della paura che promette il ritorno a un passato inesistente. L’obiettivo è semplice: aspettare sempre che gli ultimi abbiano varcato la soglia che i primi hanno aperto.
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