Nel corpo sociale si è ridotta da tempo l’influenza di agenzie di senso come i movimenti, le religioni, i partiti, i corpi intermedi, mentre l’uomo moderno naviga in balìa di social network e mass media di un livello culturale sempre più basso. Si tratta di un uomo che ha però mantenuto l’istinto primordiale di schierarsi, raggrupparsi in ambienti e microcosmi in cui sentirsi a proprio agio e riconoscersi, fenomeno ben descritto negli anni Sessanta dallo psicologo Abraham Maslow con la sua ben nota piramide dei bisogni.
Oggi, cosa trova di meglio che abbracciare un qualche movimento che lo faccia sentire immediatamente dalla parte giusta e non gli chieda niente altro se non gonfiare il petto partecipando a qualche manifestazione e gridare qualche slogan? Ecco cosa è diventato il politically correct. Il Cambridge Dictionary lo definisce così: “Chi è politicamente corretto ritiene che il linguaggio e le azioni che potrebbero essere offensive per gli altri, specialmente quelle relative al sesso e alla razza, dovrebbero essere evitate”. Come non essere d’accordo? Fosse davvero così, sarebbe un principio di grande civiltà. Nel tempo, purtroppo, è diventato sinonimo di una sorta di perbenismo alla rovescia, determinato a stigmatizzare e delegittimare, chiunque non segua i dettami del pensiero dominante. Gli effetti di un mal compreso politically correct li vediamo con l’abbattimento delle statue in ogni parte del mondo in sostegno del movimento Black Lives Matter, che ha ben più di una ragione per esistere e manifestare, mentre chi abbatte una statua di Colombo dimostra di non avere alcun senso della storia e della contestualizzazione di simili personalità nella cultura del loro tempo. Analogamente succede con le battaglie in favore della parità di genere e del diritto di non essere discriminati in base al proprio orientamento sessuale. C’è chi ha deciso di cancellare il simbolo di Venere dalle confezioni degli assorbenti igienici, “per includere i clienti che mestruano ma non si identificano come donne”.
La British Medical Association ha invitato i suoi 160.000 aderenti a non chiamare mai più futura mamma una donna incinta, “per rispetto degli uomini intersex o trans che potrebbero essere gravidi”. L’Università di Bordeaux-Montaigne ha annullato un dibattito con la filosofa Sylviane Agacinsky in seguito alle proteste degli studenti che la ritenevano omofoba per la sua posizione contro l’utero in affitto. Questi sono solo alcuni dei moltissimi esempi di un politically correct mal digerito e peggio applicato. Contro i quali si è finalmente levata la voce di oltre 150 accademici, scrittori, artisti e giornalisti di fama mondiale, che hanno pubblicato una lettera aperta su Harper’s Magazine per denunciare il clima di caccia alle streghe che domina nel mondo della cultura e dei media dopo l’uccisione di George Floyd. I firmatari hanno stigmatizzato “la nuova intolleranza degli estremisti dell’anti-razzismo e dei demolitori di statue, di tutti coloro che guidano “epurazioni” nelle redazioni, censurano le opinioni diverse, impongono un pensiero unico politically correct”. Osservando la nascita di questo nuovo conformismo ideologico, già due anni fa, l’Economist – settimanale di cultura notoriamente progressista – aveva pubblicato un lucido e coraggioso editoriale, titolando in copertina: “La dittatura della tolleranza”. “Le quote costringono le aziende e le università a valorizzare di più le identità che la competenza. Una orwelliana polizia del pensiero censura le opinioni politiche e sociali, la lingua, e persino i costumi di Halloween. Qualsiasi opinione contraria all’ortodossia libertaria si scontra con una forma di tolleranza zero che etichetta chi la esprime come razzista, omofobo o transfobico. I gruppi di minoranza stanno imponendo i loro valori e i loro stili di vita a tutti gli altri”. L’Economist ci aveva visto molto giusto, e aveva ben compreso che quella ortodossia libertaria stava diventando il pensiero unico dominante, capace di eliminare qualsiasi riflessione articolata, qualsiasi giudizio storico-sociale, in grado di far perdere il senno (e pure il senso del ridicolo) alle più importanti multinazionali, convinte da blasonati consulenti che cavalcando i temi della diversità e dell’inclusione si vende di più.
Ma c’è di peggio. Da Nike a Coca Cola, tutti i più famosi brand che hanno sposato in vario modo la causa del Black Lives Matter, sono ora nuovamente accusati di sfruttare tramite intermediari il lavoro di veri e propri schiavi in Cina e in Vietnam. Un rapporto dell’Australian Strategic Policy Institute sostiene che Apple, BMW Calvin Klein, Abercrombie & Fitch, GM, LL Bean, North Face, Gap, Volkswagen e Nike, tra gli altri, sfruttano catene di fornitura basate su persone che lavorano “in condizioni che ricordano fortemente il lavoro forzato”. E ancora: Lewis Hamilton e famosi calciatori si inginocchiano in difesa dei diritti civili, ma non profferiscono parola sulla clamorosa violazione degli accordi internazionali che avevano concesso ad Hong Kong la libertà che oggi la Cina gli toglie.
Non può non tornare alla mente un antico, curioso proverbio dei nostri vecchi: “fa fino e non impegna”. Questa è l’amara realtà dell’attuale politically correct. Con in più una paradossale eterogenesi dei fini, che oggi sta diventando una vergognosa farsa: la sacrosanta battaglia per la parità dei diritti trasformata in una intolleranza da sfruttare commercialmente.

Alberto Contri