“Mafiosi” per otto mesi, Vittorio Sgarbi e io. Alla fine siamo stati prosciolti dal reato di “concorso esterno in associazione mafiosa”, per il sospetto che avessimo ordito un ignobile baratto tra pacchetti di voti della ‘ndrangheta e il nostro programma politico di riforme. Immaginiamo siano stati otto mesi di indagini serrate, in quel di Calabria, tra il novembre del 1995 e il luglio del 1996, per cercare il riscontro alle parole del pentito Franco Pino. Che aveva accusato noi, pur non avendoci mai visto. Ma anche quello che aveva determinato la perquisizione nello studio dell’avvocato Enzo Lo Giudice, difensore di Bettino Craxi, alla vana (e ridicola) ricerca della brutta copia del decreto Biondi, presentato e affossato un anno prima in Parlamento. Il che la dice lunga sul clima politico-giudiziario di quegli anni. Il teorema, sostenuto anche da alcuni emendamenti presentati dal Pds in Commissione Antimafia, era che l’intero partito Forza Italia fosse una emanazione istituzionale delle ‘ndrine calabresi. O di mafia siciliana, in alternativa.

Fatto sta che il 6 luglio 1996, otto mesi dopo l’inizio di tutto, il sostituto procuratore nazionale “antimafia” Emilio Ledonne ha chiesto e ottenuto dal giudice Nicola Durante l’archiviazione dell’inchiesta su noi due e anche sull’avvocato Lo Giudice. La vicenda giudiziaria avrebbe potuto essere, a parte l’implicazione personale offensiva e sconvolgente, anche piccola cosa: un pentito che ti accusa, un pm che gli crede e ti indaga, un altro di grado superiore che chiude il caso. Ma la vicenda politica fu enorme, soprattutto perché raggiunse il livello istituzionale massimo. E nessuno poté tirarsi indietro. A volte mi domando se, in questo clima di minestrine riscaldate di questi tempi, sarebbe mai possibile quel che accadde allora. La risposta è no. Il presidente della repubblica Scalfaro che quando, in quegli stessi anni, ebbe a che fare con la vicenda del Sisde che lo riguardavano si mise subito a strillare «Non ci sto!», fu costretto a occuparsene. Perché fu chiamato in causa da Silvio Berlusconi, l’ex presidente del consiglio nei cui confronti avrebbe dovuto coltivare qualche piccolo senso di colpa per come erano andate le cose nei mesi precedenti, e anche perché non si sarebbe potuto sottrarre nella sua veste di Presidente del Csm.

Fosse stato un tipo diverso e fosse arrivato alla Presidenza della repubblica sulla base di una scelta politica solida del Parlamento, forse avrebbe fatto quel che in tanti si aspettavano e che la Costituzione prevede, cioè un messaggio alle Camere. Ma l’uomo era al Quirinale un po’ per caso, e la sua forza era più di facciata che di sostanza. Ben diverso di Francesco Cossiga, che aveva esibito la propria presenza, con cappello e bastone, a Montecitorio, a sancire l’autonomia del Parlamento e la dignità di due deputati cui avevano inferto una ferita infamante. Dunque Oscar Luigi Scalfaro convoca all’improvviso la seconda e la terza carica dello Stato, il Presidente del Senato Carlo Scognamiglio Pasini e la Presidente della Camera Irene Pivetti per discutere del problema “politica-giustizia”. Un vertice di altissimo livello, convocato per lunedi 13 novembre alle ore 17. Il comunicato del Quirinale è un capolavoro.

Davanti alle numerose richieste di deputati e senatori di intervenire per salvaguardare almeno quel che restava dell’immunità parlamentare tutelata dalla Costituzione, cioè almeno “voti e opinioni espresse”, Scalfaro pensò bene di ricordarsi che anche lui era stato per cinque minuti un magistrato. La sua premessa è dunque «nell’assoluto rispetto del dettato costituzionale che sancisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura da ogni altro potere…». Il contentino per noi e per i tanti – compresi i maggiori commentatori dei quotidiani italiani – che l’avevano sollecitato a prendere posizione su una magistratura sempre più politicizzata, era la battuta finale che impegnava a una «riflessione sull’esigenza di prevenire qualsiasi sospetto di strumentalizzazione dell’amministrazione della giustizia».

Come andò quel vertice, che comunque impegnò per qualche giorno le prime pagine dei principali quotidiani, lo si può immaginare. Ed è inutile rileggere il documento in cinque punti che fu prodotto ufficialmente dal Presidente Scalfaro e controfirmato da Scognamiglio e Pivetti, ma in realtà precedentemente preparato e calibrato dal consigliere giuridico della presidenza Salvatore Sechi, che seppe miscelare un sapiente cocktail di garantismo e difesa dell’autonomia della magistratura. Quella che doveva essere la giornata-chiave per la giustizia italiana si era trasformata in poche ore nel classico colpo al cerchio e colpo alla botte. Ma non era ancora finita. Altri tre capitoli si erano intanto aperti: la discussione in parlamento, che fu aperta dall’intervento del Presidente del Consiglio Lamberto Dini, che era anche ministro di giustizia, dopo la defenestrazione di Filippo Mancuso, l’apertura della pratica presso la prima commissione del Csm nei confronti dei magistrati di Catanzaro, e la proposta di azione disciplinare che Dini non avviò direttamente (avrebbe potuto), ma suggerì al Procuratore generale presso la corte di cassazione.

Il premier “tecnico”, che i sensi di colpa nei confronti di Berlusconi probabilmente li aveva davvero, ci stupì. E il quotidiano La Stampa gli diede l’apertura: “Dini: no al governo dei giudici”. Caspita, ve lo immaginate il “tecnico” di oggi, quello che si proclama avvocato del popolo, dire frasi come: «Grazie giudici, ma non fate politica»? Le cronache dell’epoca narrano che sono stati visti affiancati nell’emiciclo di Montecitorio Silvio Berlusconi e Luciano Violante che applaudivano in modo convinto. Il primo soddisfatto anche perché nel suo discorso Dini disse non solo di aver inviato le carte al procuratore generale della cassazione ma anche di aver avviato un’ispezione sulla procura di Catanzaro. Meglio tardi e quel che ne consegue. Durissimo fu quel giorno l’intervento di Alfredo Biondi, che ricordò al suo successore il suo interim al posto di Mancuso e lo rimproverò per non aver detto nulla sul fatto che il pm milanese Gherardo Colombo in una requisitoria avesse trattato il governo Berlusconi (di cui anche lo stesso Dini aveva fatto parte) come entità criminale.

Inutile dire che il Csm archiviò, dopo aver sentito solo il procuratore Mariano Lombardi, il quale si scusò con me e Sgarbi per il tentativo di farci accompagnare dai carabinieri, dando la colpa al computer e a formulari preconfezionati. Del resto noi non ci siamo mai presentati e nessuno ci ha messo le manette. Anche il procuratore generale della cassazione non intraprese alcuna iniziativa. A noi rimase la soddisfazione di un bel dibattito in Parlamento, in anni in cui ancora si poteva fare. Se poi qualcuno ha la curiosità di sapere che fine abbiano fatto quei pm e quel pentito, ecco un aggiornamento. Il procuratore Lombardi è morto nel 2011, ormai in pensione. Ma prima, nel 2007, era stato costretto a chiedere il trasferimento a Messina, quando se la era vista brutta per un procedimento al Csm dopo scontri con Luigi de Magistris.

Era “imputato” per la pessima gestione dei suoi uffici. Il giovane sostituto Stefano Tocci se la squagliò rapidamente e lasciò la Calabria per andare a Lucca. Ma anche lui ebbe la sua ammonizione dal Csm, denunciato per vari motivi legati alla gestione dei pentiti, ma soprattutto perché aveva restituito al pentito Franco Pino un libretto bancario con 700 milioni di lire e dopo aver istruito un maxiprocesso con oltre cento imputati, che furono quasi tutti assolti. Quanto al pentito Pino, l’unica notizia recente che ho trovato è che nel 2016, dopo vent’anni di onorata carriera coronata da molti insuccessi, gli è stato revocato il programma di protezione.

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