La voce al telefono era poco più che un sussurro: esterno per Tiziana e Vittorio. Clic. Era il 2 novembre del 1995 ed era sera, la chiamata era arrivata nel mio ufficio, alla Presidenza della Commissione giustizia della Camera dei deputati. Aveva risposto Giorgio Stracquadanio, mio collaboratore, amico e “complice” di ogni battaglia, che lui continuerà anni dopo come senatore e deputato. Ci siamo, ho pensato, ecco a noi di nuovo la Calabria. La terra di mio padre, i luoghi che avevo conosciuto da bambina e dove un anno prima ero tornata con Vittorio Sgarbi, e insieme avevamo svolto la campagna elettorale, candidati nella lista di Forza Italia.

La mattina dopo la misteriosa telefonata, puntuale alle nove, la Calabria dei miei avi si materializzò ai miei occhi nelle vesti di due ufficiali dei carabinieri. Dalle loro passarono alle mie mani due foglietti che ho firmato senza stupore, mentre il cortese tenente colonnello mi spiegava di aver viaggiato verso Roma in auto tutta la notte per poter mantenere la riservatezza ed evitare che la notizia dilagasse prima che il provvedimento fosse nelle mie mani. Il provvedimento era un “Invito per la presentazione di persona sottoposta ad indagini”, proveniva dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, ed era una vera bomba.

Come si dimostrerà nei giorni e nelle settimane che seguirono. La Presidente della Commissione giustizia della Camera inquisita per mafia! Il procuratore capo Mariano Lombardi e il sostituto Stefano Tocci mi indagavano per concorso esterno in associazione mafiosa (artt. 110 e 416 bis del codice penale) per aver favorito, nella campagna elettorale del 1994, la cosca di un certo Francesco Pino, promettendo riforme legislative in cambio di voti. In particolare mi sarei impegnata a «condurre una sistematica attività di delegittimazione della magistratura inquirente antimafia italiana, nonché del ruolo dei collaboratori di giustizia nell’azione di contrasto dello Stato alla criminalità organizzata di stampo mafioso». Poi il colpo d’ingegno: la mia attività criminosa si sarebbe concretizzata «attraverso la proposizione di riforme legislative dirette ad ammorbidire il sistema legale antimafia». Tutto ciò perché? Per aiutare una cosca e «quale contropartita al sostegno elettorale procurato dall’organizzazione criminale del Pino relativamente alla città di Cosenza».

Ancora oggi, nessuno crede che su quel pezzo di carta fosse scritto proprio così. Avrei dunque barattato voti con riforme? Ma non è esattamente quel che si fa in democrazia? Naturalmente non conoscevo né avevo mai sentito nominare quel signore, che, immaginai, fosse un pentito fresco di giornata. Nella lunga campagna elettorale Vittorio Sgarbi e io, che eravamo candidati nella lista proporzionale, avevamo girato tutta la Calabria, fermandoci non più di mezza giornata a Cosenza, bellissima città dove Vittorio aveva imposto anche un giro artistico-urbanistico. Ovviamente avevamo stretto molte mani, niente selfie, allora i cellulari servivano solo per telefonare, e io avevo salutato molti “cugini” (Maiolo è un cognome piuttosto diffuso), che si moltiplicavano di numero man mano che il giro proseguiva. La sera prima dell’invito a comparire, dopo la telefonata anonima che sicuramente era arrivata da qualche amico calabrese, ero riuscita in qualche modo ad avvisare Sgarbi, che era in viaggio, nella sua veste di Presidente della Commissione cultura della Camera, verso la Croazia.

Erano bastate poche parole. Non eravamo troppo preoccupati, ce lo aspettavamo, i segnali c’erano già tutti. Io in particolare, dai miei giri di amici avvocati, avevo saputo che in alcuni interrogatori i pubblici ministeri chiedevano se qualche indagato per reati di mafia mi conoscesse. C’era stato, un paio di mesi prima di quel 3 novembre, uno strano precedente. Sempre di sera, sempre in ufficio, era squillato il mio telefono personale. Era un mio ex collega del Manifesto che mi chiamava insieme a un cronista calabrese dell’Unità. Mi chiedevano di Giuseppe Piromalli, patriarca della ‘ndrangheta di Gioia Tauro e mi riferivano di un’inchiesta a Reggio Calabria in cui, a quanto pareva, io sarei stata coinvolta. In particolare desideravano sapere come era andata, sempre in campagna elettorale di un anno prima, la visita mia e di Sgarbi al carcere di Palmi.

Non avevo avuto difficoltà a confermare l’incontro, che ricordavo molto bene: di Piromalli mi avevano colpito due cose, l’eleganza di un cardigan di cachemire color tabacco e la lunga unghia del mignolo della mano. Ma ricordavo anche di averlo appena salutato per accorrere da un gruppo di ragazzi che mi chiamavano a gran voce dall’altra parte del corridoio. Il capomafia era rimasto qualche minuto con Sgarbi che, in tono ironico, continuava a chiedergli se lui fosse veramente Piromalli, proprio PIromalli-Piromalli, proprio quelli lì così famoso. Il tutto era durato pochissimo.
Non così nel falso “ricordo” del compagno di cella del vecchio patriarca, un tipo di cui non ci eravamo neanche accorti e chi si chiamava Giuseppe Scopelliti, era di Reggio Calabria e si era poi pentito.

E aveva riferito che io mi sarei impegnata nella mia attività legislativa a fare modificare l’articolo 41 bis dell’ordinamento carcerario. Il che era cosa nota e risaputa, sarebbe bastato leggere i giornali, non c’era bisogno di prometterlo specificamente a una persona. Avrei anche promesso di presentare un’interrogazione parlamentare sulle condizioni di Piromalli al 41 bis, cosa falsa che non ho detto e neanche fatto, ovviamente. La cosa era finita lì, forse l’avevo anche dimenticata, non avendo mai ricevuto alcuna informazione di garanzia da Reggio, quando la mattina del 3 novembre del 1995 erano entrati nella mia vita due ufficiali dei carabinieri con l’invito a comparire della Dda di Catanzaro.

La lettura della prima pagina del documento che mi avevano consegnato mi aveva suscitato quasi un sorriso all’idea di aver tentato di delegittimare qualche procura “antimafia” e qualche pentito. Era tutto vero, ma fino a quel momento nessuno aveva mai sostenuto che il fatto costituisse reato. E addirittura un reato di mafia! Ma quello che veramente mi turbò, quella mattina d’autunno, fu la lettura della seconda pagina del provvedimento, che mi convocava il 10 novembre alle ore 10 (non so perché) a Bologna. Ecco che cosa c’era scritto: «AVVISA che, in caso di mancata presentazione senza che sia stato addotto legittimo impedimento, potrà disporsi a norma dell’art. 133 cpp l’accompagnamento coattivo».

Questi magistrati, senza dire altro, erano così ignoranti da pensare di poter sequestrare un parlamentare della repubblica e portarlo al loro ufficio! Dico la verità, forse mi è tremata un po’ la voce quando, dopo aver firmato, ho invitato i due ufficiali ad accompagnarmi al bar dietro a Montecitorio a prendere un caffè. Ed è stato lì che, mentre il tenente colonnello mi ribadiva che la notizia della mia convocazione era ancora segretissima, mi squillò il telefonino. Era il cronista di una radio vicina al Pds che mi chiedeva un commento sul mio avviso di garanzia, che evidentemente lui teneva tra le mani. Avevo firmato il documento dieci minuti prima.

Continua/1