La cappa cinese su Milano si è diradata e tutta la coltre di smog che abbranca la Pianura Padana ha allentato la morsa. L’acqua della Laguna di Venezia sogna trasparenze caraibiche ed è di nuovo casa per specie ittiche sparite da tempo. Sull’Aspromonte è riapparso il grifone dei Nebrodi. L’arretramento dell’arroganza umana, intimidita dalla pandemia, incoraggia la natura che batte un colpo, rispunta salvifica e porta gli animali selvatici a riavvicinarsi all’uomo. Ma i postini portano cartelle esattoriali pure il 24 dicembre, il 31, l’anno nuovo riattiva richieste di soldi sospese, milioni di pratiche non gradite sono nuovamente in viaggio: le entrate non hanno pause di cuore.

Con tutto l’amore che si possa avere per la natura, è comprensibile la scelta del conto in banca, rispetto a un respiro senza affanno, all’ipotesi di un profumo che si insinui dentro un centro cittadino. Ci si è commossi per il dolore dei Regeni ma di nascosto si è tifato perché l’Egitto si comprasse le nostre fregate, si esportassero le sparafuoco della Val Trompia. E che Bolsonaro se lo continui a vendere il tesoro dell’Amazzonia con gli ultimi selvaggi che finiranno sottoterra o andranno a chiedere l’elemosina nel carnevale di Rio, se serve a smuovere l’economia. Mattarella ha certificato i desiderata degli italiani: ricostruire, riavere. Si recita in silenzio un mantra: che l’Italia riabbia il ruolo che le spetta perdincibacco, avanti tutti uniti e nessuno rompa le righe che ci stanno ratei e mutui e pacchi dei postini, e modelli ultimi di aspirapolvere e telefoni. Nei luoghi del benessere si ripete il vizio di chi è abituato ad avere la pancia piena e dopo ogni catastrofe, umana o naturale, non ci si concede il tempo della riflessione: se si hanno responsabilità su quanto sia accaduto, se il dramma lo si sia affrontato nel migliore dei modi, se ci sia una lezione da imparare per il futuro. Passa uno spargi buio universale e si fa un salto. In Italia si è fatto un salto sui terremoti di inizio secolo e poi se ne sono vissuti altri.

Si è zompato sopra il fascismo e i nuovi fascismi sono giunti. Le conquiste sociali, il vero benessere, hanno subito arretramenti continui. È così, ogni volta che il mondo si ferma, che la tragedia invita alla riflessione. Si gira pagina, semplicemente. Il 2020 è finito e noi abbiamo pensato di aver cancellato la catastrofe. Non si vedono da nessuna parte i buoni propositi per qualcosa di nuovo, di difforme: non sembra affatto si stia partendo. Siamo rimasti esattamente dove eravamo: sopra un vecchio e pidocchioso sentiero, a muoverci senza slancio per recuperare i chili persi, ingrassare e poi cercare una dieta. Riprendiamo a essere costruttori d’egoismo, non d’amore. Il sole nuovo ci sorprende ancora distesi a cercare la posizione migliore sulla sdraio, rinunciando a un bagno lungo e faticoso, al largo a meravigliarci della danza di un delfino. I buoni propositi di chi, in qualunque ambito, abbia un ruolo di guida sono quelli di ridarci ciò che abbiamo perduto, quello che ci è stato levato e ritenevamo, ormai, fosse nostro di diritto. La pandemia l’abbiamo vissuta come un’ingiustizia, non come uno degli eventi avversi che la natura semina nella corsa sfrenata della parte forte dell’umanità. Resta la voce di Papa Francesco a dire che dovremmo piantare un albero.

Resta la voce degli ultimi indiani dell’Amazzonia a dire che non dovremmo tagliare gli alberi. Restano le braccia allungate dei disperati che annegano in mare. Pure dopo la malattia resteremo sopra un letto che non sarà di resurrezione, in una vita che è commedia, the human comedy, in cui pochi sono i registi delle interpretazioni dei più: impiegati invadenti che falsificano i contenuti dell’anagrafe, facendo degli altri, a piacimento, donna o uomo, giovane o vecchio, separata, sposata, celibe, alto, occhi azzurri, cicatrice sulla fronte… e per sempre, nel futuro, si sarà la storia bizzarra scritta sui registri da un impiegato folle.