Di “Questione Meridionale” non si smette mai di parlare. Con dati alla mano, Giuseppe Ippolito Armino, ingegnere, storico di passione, ha fatto una puntuale analisi della situazione nel suo ultimo libro “Quando il Sud divenne arretrato”  (Guida Editori). Il volume è stato presentato a Napoli nella sala Guida con Guido D’Agostino, ordinario di storia moderna alla Federico II di Napoli e Massimo Cimmino, notaio e ricercatore storico. In 233 pagine Armino fa un parallelo tra il Regno di Napoli e il Regno Sabaudo, non tra un Nord e un Sud imprecisato, mettendo a confronto le economie, le politiche, il tipo di istruzione e le infrastrutture. E ha individuato un preciso periodo in cui la forbice tra le due “italie” si sarebbe divaricata nettamente, intorno al 1830-40.

“Ci sono due tesi prevalenti – ha detto Armino – La prima vuole il Sud arretrato dall’XI secolo quando fiorirono i liberi comuni al Nord, com’è la tesi di Galasso che ipotizzava che le città avessero creato ‘cittadini’, mentre al Sud no. Poi ci sono le tesi di chi crede che la frattura sia avvenuta nel 1860 con l’Unità di Italia, come dice anche Pino Aprile“. Originario di Palmi, provincia di Reggio Calabria, genitori di origini napoletane, si è trasferito a Torino a 17 anni. In lui si riassume praticamente la storia d’Italia da Nord a Sud, e la sua curiosità nello scoprire da cosa avesse avuto origine questa divergenza nasce proprio dalle domande che durante la sua vita gli hanno fatto, a lui, cittadino del profondo Sud, adottato dal Nord. Così ha studiato una corposa bibliografia di tutto quello che c’è da sapere sull’argomento. Le sue tesi sono originali, tanto che già tiene pronto un pamphlet di prossima uscita dall’ironico titolo “Cinque ragioni per stare alla larga da Pino Aprile”.

Per Armino non fu la nascita delle città a creare questa divergenza atavica. “Anche in Piemonte non c’erano i comuni e ha avuto una storia simile al Sud da questo punto di vista – ha spiegato – Tutto il potere e le attività erano concentrate su Torino, come avveniva a Napoli. Poi per tutto il ‘700 e la prima parte dell’800 sul piano giuridico il Regno delle due Sicilie era più avanzato rispetto al regno Sabaudo, e l’industrializzazione era sconosciuta al Piemonte, ancora in prevalenza agricolo”. Nel libro si legge un preciso raffronto: mentre il codice penale piemontese del 1770, uno dei più arretrati d’Italia, conteneva principi addirittura lesivi della dignità umana, al Sud fioriva una delle più straordinarie stagioni intellettuali con protagonisti come Antonio Genovesi e Gaetano Filangeri, per arrivare a un’esperienza come la Repubblica napoletana del 1799.

Poi c’era una divergenza tra le due economie che era ancora più sviluppata al Sud, sebbene l’autore abbia messo in risalto come il sistema creditizio sabaudo avesse avuto un peso decisivo nell’evoluzione economica di quel territorio. Altra divergenza sono le infrastrutture. Prima dell’Unità nel Regno Sabaudo il sistema delle strade provinciali e statali si sviluppava per 3000 km su 64.000 kmq di territorio. Al Sud si estendeva per oltre 10.000 km per 105.000 kmq. Al Sud le linee ferroviarie erano estese per 124 km, tra Piemonte e Liguria per ben 807 km.

Secondo lo studioso l’idea che il Regno di Napoli potesse diventare promotore e protagonista del processo politico di unificazione nazionale non era affatto irrealizzabile. Il problema fu una certa miopia dei Borbone, l’arretratezza della classe politica dirigente rispetto a quelle sabaude e la repressione che spesso costrinse gli intellettuali del Sud a trovare riparo al Nord. “Mentre Carlo Alberto nel 1848 firmava uno statuto che portava allo sviluppo dell’iniziativa economica, Ferdinando II soffocava le rivolte nel sangue – ha detto Armino – Mentre Cavour al Nord faceva investimenti per l’istruzione, le infrastrutture e le telecomunicazioni, al Sud c’era ancora molto analfabetismo. Poi con l’Unità d’Italia pesò sull’intera nazione quel debito pubblico che il Piemonte aveva accumulato per le sue riforme. Pagò anche il Sud che invece aveva un’economia solida. All’origine del divario sta che i Borbone non consentirono il progresso nel Regno”.

Secondo gli studi fatti da Armino l’Unità sfavorì il Mezzogiorno con la complicità delle classi dirigenti del Sud che accettarono che al Nord fosse istituito il triangolo industriale e che il Sud rimanesse agricolo. “Nel corso degli anni – spiega il ricercatore – l’intera classe politica del Sud fu decapitata dai Borbone, tutto il meglio dell’Illuminismo napoletano che per scappare si rifugiarono a Torino. Successivamente questi intellettuali del sud sentirono un certo debito di riconoscenza per il Nord che li aveva accolti”.

L’analisi continua attraverso i secoli, tra prima e seconda Guerra Mondiale, al fascismo che fu il periodo più nero in cui si allargò la forbice tra le due italie con la produzione bellica solo al Nord, fino ad arrivare alla cassa del Mezzogiorno. “Dalla storia – ha concluso Armino – l’Italia deve prendere atto che lo sviluppo del Sud è la carta da giocare per tutta l’Italia. Gli investimenti al Sud sono necessari per dare slancio anche al Nord. Se si punta sulle autonomie lo svantaggio sarà per tutti. Quello che è successo con l’Unità d’Italia è una lezione per l’appuntamento con l’Unione Europea: se continuiamo così faremo la parte del Regno delle due Sicilie quando fu realizzata l’Unità”.