C’è qualche “voce di carta o piazza televisiva” che oggi non aizzi le persone a sentirsi a rischio di sopravvivenza? Dei propri cari, dei propri soldi, della propria vita, della propria felicità o speranza, del proprio futuro? Per arrivare a stimolare le persone, gli altri da sé, ad aggregarsi su un contenuto e partecipare a un movimento o azione in grado di rappresentarle, non si parte dalla critica dei valori da praticare nella realtà dei conflitti di cui le paure sono la conseguenza ma invece si affida immediatamente alla paura – agli istinti della paura – la funzione di esprimere contenuti che le fanno da specchio. Così ora fan tutti coloro che rivendicano capacità di pensiero e azione: dalle organizzazioni politiche tradizionali a quelle con presunzioni non tradizionaliste. Da gruppi culturalmente resistenti (la più parte) a gruppi allo stato nascente (la parte più esigua e incerta). Dalle reti di informazione uno a molti a quelle da molti a molti. Dai professionisti del sapere scritto (si pensi a quanto il libro si sia fatto cartello – falce e martello, scudo crociato, sol dell’avvenire – di ogni tipo di rivendicazione identitaria, vecchio regime) sino a coloro che emergono di più nel sapere diffuso su e da internet, al minuto discorrere tra persona e persona nel rumore quotidiano dei social. E dunque, ciò che avrebbe potuto costituire un clamoroso salto di qualità sul piano della critica dei valori – ovvero abbandonare le linee di condotta fondate su contenuti precostituiti dalla società moderna a misura di sempre più usurati sistemi e regimi di sicurezza – si rovescia nel suo contrario. Conservarli cioè – in sembianza di révenantes – come la paccottiglia residuale da appiccicare caso per caso alla paura dovunque si manifesti in tutto il suo brutale localismo (è questo localismo – la pluralità discorde con cui si manifesta – a rendere sovrane le strategie della globalizzazione). A rivendicare i “diritti” della paura (la paura non ha “doveri”) è una pletora di voci – ripeto: da uno a molti e da molti a uno – che parlano insieme per sé e per gli altri come un unico sé sovrano.

Bisogna sempre diffidare di chi usa il “noi” credendo o volendo far credere di parlare anche in nome della seconda e terza persona o addirittura del mondo vivente intero. A questa ipocrita dichiarazione del pericolo in cui soltanto ora saremmo tutti precipitati – in cui tutto sarebbe da ora in poi contaminazione o estinzione – si trascura di domandarci se i valori in virtù dei quali si pronuncia tale apocalittica sentenza non siano sin dal principio impliciti all’esistenza di ogni cosa (della civiltà e, infinitamente prima di essa, della vita organica e inorganica da cui l’essere umano ha preso forma progressiva). Di apocalisse s’è perduto il significato etimologico di rivelazione. Insidiati come ogni altro ente dalla necessità di sopravvivenza del mondo in quanto tale, scopriamo – senza tuttavia ancora davvero potere confessarcelo se non in forma appunto di paura – di esserne soggetti attivi e passivi senza alcuna possibile “distinzione” tra amico e nemico, vittima e carnefice (da ciò proviene il tono isterico con cui paure di diversa anima si scontrano tra loro?). In ogni tempo e luogo la vita è tale proprio in quanto costante pericolo di morte: reciproca crudeltà – dolore e sopraffazione, affermazione e negazione – tra carne e carne. L’unica differenza che forse oggi possiamo presentire rispetto alle civiltà del passato consiste nel fatto che la tecnica, per mezzo della quale la potenza umana è arrivata a esprimersi e progredire socialmente, s’è spinta oltre la propria soggettività umana, antropologica, e così rende l’intero mondo vivente, la sua carne espansa, sempre più sensibile alla natura dei pericoli da sempre perpetrati e subiti per sopravvivere. Così l’unica speranza che il libero arbitrio del linguaggio umano può manifestare è ora il suo declassamento a coscienza infelice di se stesso. E questo proprio nel momento iper-tecnologico in cui gli è dato di penetrare dentro ogni sua creduta alterità. Facendosene o meglio sapendosene complice.

Ma portiamo il discorso al cuore della questione così come appare nell’insistente fenomeno – al momento montante assai più che in calo – per cui non c’è agenzia con l’intenzione di fare opinione oppure persona, d’ogni status culturale e sociale, presa dal desiderio di fare critica del presente, che non lamenti i pericoli estremi in cui ci avrebbero gettato le nuove tecnologie digitali (ne conosciamo ormai bene l’elenco). In questi stereotipati allarmi su ciò che da sempre è la nostra natura in quanto a rischio della nostra stessa violenza, con quale intelligenza ci si permette di usare la chiave universalista e assolutista del noi?  E perché mai proprio parlando dell’agire necessario per tutti, quindi del “che fare” della buona politica, quella agita nel nome di ognuno, nell’interesse di tutti – si arriva a lamentare, avvertire e volere contrastare i rischi del digitale proprio presso quanti vivono stremati dai regimi di senso che lo hanno preceduto e che sono direttamente responsabili del presente di cui tali regimi di potere sono stati la causa? Può venire il sospetto che in questa pretesa umanitaria e/o umanista (se a pronunciarla sono rispettivamente i “semplici” o i “colti”, gli “analfabeti” o gli “alfabetizzati”) si manifesti piuttosto lo spirito di conservazione di chi non si è mai percepito e non si percepisce come causa dei pericoli che sbandiera agli altri.
Ed anzi arriva persino a ostacolare l’idea che dalla incrinatura delle proprie certezze possa nascere la possibilità di qualche via d’uscita dal sistema di valori che ha prodotto. Qualche ripensamento sull’eccesso di banalità con cui partecipa ai mali della società. Sul grado di responsabilità che vi svolge. Insomma a parlare di pericoli per la sorte degli altri è chi si sente in pericolo per la propria sorte?