Woke a intermittenza
Ranucci e la relazione con la stagista: perché nessun dirigente Rai si è fatto sentire?
“Stay woke”, il movimento culturale nato in America sui temi del razzismo, della giustizia sociale e dell’inclusione, ha trovato specie nel campo largo una sua versione all’italiana che però pare funzionare a intermittenza: vigile con gli avversari, assai tollerante con gli altri. La vicenda Ranucci offre un ottimo spunto di analisi.
La credibilità
Per chi fa informazione, a maggior ragione in una trasmissione di punta della tv pubblica finanziata con i soldi di tutti i contribuenti, la credibilità è il fondamento nel rapporto con il pubblico, il bene più prezioso. Tutta la vicenda che coinvolge Sigfrido Ranucci e ne ha portato la clamorosa rimozione dalla conduzione di Report ha incrinato profondamente il suo rapporto di fiducia con i cittadini. È a dir poco grottesco, in un Paese normale, che il giornalista d’inchiesta che racconta e giudica per direttissima quelle che ritiene le zone d’ombra del potere venga scoperto grande amico e in apparenza influenzabile dalla sua fonte, Lavitola, un personaggio ben noto alle cronache giudiziarie. La Procura di Roma ritiene ad oggi che l’ex conduttore di Report non fosse a conoscenza delle intenzioni dinamitarde dell’amico e che sia stato manipolato da Lavitola per accrescerne la popolarità prima di lanciarlo in politica, avendo preparato sondaggi pare di concerto tra i due, cosa che di per sé intorbidirebbe le acque più limpide. Tutta la vicenda potrebbe essere il contenuto perfetto per una puntata di Report, magari corredata da lunga intervista con il protagonista, di cui però si riporta solo una manciata di secondi, selezionati per dare rilievo agli aspetti più compromettenti per il malcapitato. A ruoli invertiti, Ranucci giudicato con il “metodo Ranucci”, cosa emergerebbe? Ma i benpensanti del wokismo a intermittenza sembrano non vedere e difendono l’indifendibile.
Il metodo
L’ipotetica puntata di Report a guida Ranucci sul caso avrebbe già la sentenza. Ma noi garantisti, inguaribili Socialisti Riformatori, non pensiamo che sia questo il metodo per rispettare la fiducia di chi legge o ascolta. E qui veniamo al secondo punto del nostro ragionamento sulle contraddizioni della cultura woke all’italiana. Il vero “giornalismo d’inchiesta” dovrebbe porsi il nobile obiettivo di fornire alla società un contributo valido per la ricerca e la ricostruzione della Verità. Siamo d’accordo con il direttore dell’Unità, Piero Sansonetti, quando afferma che questo non è giornalismo d’inchiesta quanto piuttosto “giornalismo delle veline e dei servizi”. Il massimo del contrappasso poi si ha sull’uso delle intercettazioni e delle chat private di cui il metodo Ranucci a Report ha fatto uso e abuso, salvo poi ora lamentarsi quando si utilizzano le sue. Il metodo si è rivoltato contro chi lo ha coltivato spavaldamente nel servizio pubblico. Ma i paladini del woke a intermittenza sembrano non vedere.
Il rispetto per le donne
Poi c’è una questioncina che, a chi scrive, sta particolarmente a cuore. Decenni di battaglie condotte insieme a tantissime altre associazioni di donne, percorsi non certo in discesa, per migliorare attraverso i mezzi di comunicazione la percezione culturale che abbiamo delle donne, per restituirne una più ampia narrazione dei diversi ruoli che svolgono e quindi una piena valutazione del contributo reale che esse danno in ogni settore della società. Attraverso il network appellodonnemedia.it abbiamo realizzato dal 2012 una significativa integrazione del Contratto di servizio pubblico Governo-Rai, la “carta” che regola i doveri dell’azienda non perché ci sia TeleMeloni ma in quanto Rai è l’azienda concessionaria del servizio pubblico per cui i cittadini pagano obbligatoriamente il canone.
Si rimane esterrefatti di fronte al silenzio assordante su alcuni passaggi dell’autobiografia di Ranucci, “La scelta”, in cui l’autore narra dettagliatamente relazioni intime intraprese con una stagista della redazione e con una sua fonte informativa. Si tratterebbe di pagine “romanzate”, si è poi difeso, ma resta il dato oggettivo di un’autobiografia in cui si sdoganano dinamiche sentimentali che stridono fortemente con i codici etici e con la tutela della dignità delle donne nel contesto lavorativo, specialmente nel servizio pubblico. Possibile che non un/una dirigente Rai abbia fatto sentire la sua voce almeno per approfondire, mentre si sperticano in comunicati in difesa del miglior conduttore di tutte le galassie? Che fine ha fatto il Comitato di Pari Opportunità della Rai? Delle due l’una: se nessuno coglie qualcosa di sbagliato nel comportamento del capo con le sue sottoposte, allora tutto sommato piace questo dileggio delle colleghe. Alla faccia del rispetto per le donne.
Con i nostri esperti stiamo valutando l’opportunità di approfondire la questione in tutte le sedi istituzionali opportune, a partire dal CPO Rai e dalla Commissione di Vigilanza. Ma intanto una cosa ci è chiara: la morale diventa moralismo quando entrano personalismi e utilitarismo. Quando i princìpi da rispettare valgono solo per gli altri. Su questo una certa sub-cultura “wokista” a intermittenza ha perso la battaglia più grande: la credibilità.
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