Il Rapporto 2020 sul mercato del lavoro diffuso oggi dal Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, fa il punto sullo stato dell’occupazione in Italia nell’anno della pandemia. Per la prima volta due capitoli del documento sono stati scritti a quattro mani dalle parti sociali, sindacali e datoriali. «Un esperimento senza precedenti e un auspicabile metodo per il futuro», dice Michele Faioli, docente di diritto del lavoro nell’Università Cattolica del Sacro Cuore e consigliere esperto del Cnel, tra i coordinatori della stesura del testo. «Anche in questa occasione – continua Faioli – le parti sociali hanno mostrato di saper leggere la realtà molto meglio di chiunque altro, sapendo ben distinguere tra il contesto socio-economico della pandemia, i rischi che ne derivano e i rimedi da porre in essere».

Di che cosa si parla in questi due capitoli?
Nel capitolo 4 si affronta il collegamento tra contratto aziendale e Covid-19; nel capitolo 6 si analizza il complicato sistema di integrazioni salariali speciali che il legislatore ha introdotto da marzo 2020 in poi, mettendo in evidenza criticità e potenzialità. Basta leggere quelle pagine per comprendere che, durante i primi mesi della pandemia, le intuizioni delle parti sociali non sono state ben interpretate o, in alcuni casi, persino fraintese del tutto, da questo legislatore. E ciò, se accade, è generalmente un male.
Entriamo nel merito. Quale funzione hanno avuto i contratti collettivi aziendali durante la pandemia?
La contrattazione aziendale, nella cornice dei contratti nazionali e dei protocolli sulla sicurezza sul lavoro di marzo/aprile 2020, ha disposto regole in almeno tre ambiti, dimostrando di saper ben adattarsi al nuovo contesto pandemico: lavoro agile, sicurezza sul lavoro e innovazioni tecnologiche. Sono tre ambiti che la contrattazione aziendale ha riletto in chiave di mitigazione del rischio da contagio, dando prova di enorme maturità. Si vedano i contratti aziendali depositati e raccolti nel sito del Cnel per aver prova di una nuova direzione nelle relazioni industriali a livello aziendale. È un buon segnale per il futuro.
E le integrazioni salariali, prima tra tutte la cassa integrazione: hanno funzionato durante la pandemia?
Ahimè, hanno funzionato poco e male. L’intuizione iniziale è stata acuta: il legislatore ha correttamente deciso di inserire le integrazioni salariali speciali da Covid-19 negli schemi di sostegno al reddito già esistenti e riformati nel 2015. Il legislatore del 2020 ha de-burocratizzato i processi e alimentato le prestazioni con risorse pubbliche derivanti da fiscalità generale (anche europea – Sure). Ma tutto ciò si è infranto, come nel peggiore degli incubi, sul livello di disorganizzazione digitale della previdenza italiana e sul tentativo di dare un ruolo alle Regioni in questa materia. Durante la primavera, come tutti ricordiamo, non si riusciva a far pervenire ai lavoratori le integrazioni salariali perché i sistemi digitali previdenziali non funzionavano. E molte Regioni non erano all’altezza del compito assegnato.
E adesso a che punto siamo?
Man mano, le cose sono state registrate secondo un certo ordine e si è scoperto che molti lavoratori non potevano essere sostenuti perché i relativi datori di lavoro erano stati in passato inadempienti verso gli enti previdenziali (vedi il caso del settore artigiano) o non erano in alcun modo ricompresi nel novero dei lavoratori titolari di integrazioni salariali (lavoratori autonomi). Di lì è iniziata una rincorsa senza un chiaro disegno normativo, volta all’erogazione di bonus e altre indennità. Da cui alcuni oggi intendono far discendere un piano di riforma complessivo della materia del sostegno al reddito.
Il blocco dei licenziamenti è stato utile? Quanto è giusto che duri e perché?
Domanda molto insidiosa. Capiremo la giustizia e l’utilità dalle conseguenze sociali che vedremo nella primavera, quando il regime eccezionale dei licenziamenti verrà meno. Se il blocco dei licenziamenti è stato utile e giusto, ci sarà una certa tenuta del sistema sociale (non ci saranno scontri, scioperi, ecc.). Se è stato inutile e ingiusto, saremo testimoni di molta sofferenza. Ci sono due elementi da tenere in considerazione. Da una parte, il blocco dei licenziamenti è collegato alle integrazioni salariali speciali Covid-19 e, di conseguenza, non può che essere limitato nel tempo. Dall’altra, l’ondata dei licenziamenti, sia quelli derivanti dalla pandemia, sia quelli che in ogni caso si sarebbero verificati, non può essere in alcun modo frenata: prima o poi, arriverà. Le domande da porsi sull’operato di questo legislatore, a questo punto, sono altre.
Quali?
Cosa ha fatto il governo per mitigare le conseguenze sociali di tale quasi inesorabile ondata di licenziamenti? Durante il 2020 ha messo mano seriamente alle politiche attive del lavoro? Il fondo nuove competenze, introdotto nel 2020, è sufficiente per affermare che c’è stato un impegno serio nella formazione professionale? Si è davvero preteso da chi è già senza lavoro, ma beneficiario di una delle misure di sostegno al reddito, anche di ultima istanza, di darsi da fare per formarsi e rimettersi quanto prima nel mercato del lavoro post-pandemico? La giustizia e l’utilità inizia dalla franchezza con cui si può rispondere a queste domande.