“La probabilità di accedere a posizioni più vantaggiose della scala sociale è invece diminuita per i nati nell’ultima generazione (1972-1986): più di un quarto (26,6%) è infatti mobile verso il basso, un valore che, oltre a essere più alto rispetto a tutte le generazioni precedenti (era 21,8% tra i nati prima del 1941) supera per la prima volta quello di chi è mobile in senso ascendente (24,9%)”. È il quadro devastante che emerge dal Rapporto annuale 2020 dell’Istat, con l’ascensore sociale che per la prima volta vede più probabile una discesa che una salita.

“Con il susseguirsi delle generazioni la probabilità di permanere nella classe dei genitori si riduce – si legge ancora nel rapporto -. Per i nati tra il 1972 e il 1986 è 3,3 volte più elevata rispetto alle chances di essere in una classe diversa, era di 5,1 tra i nati prima del 1941”.

CRESCONO LE DISEGUAGLIANZE – L’epidemia ha colpito maggiormente le persone più vulnerabili, acuendo al contempo le significative disuguaglianze che affliggono il nostro Paese, come testimoniano i differenziali sociali riscontrabili nell’eccesso di mortalità causato dal Covid-19. L’incremento di mortalità ha penalizzato di più la popolazione meno istruita: il rapporto standardizzato di mortalità – che misura l’eccesso di morte dei meno istruiti rispetto ai più istruiti – è intorno a 1,3 per gli uomini e a 1,2 per le donne. Lo svantaggio è più ampio tra i 65-79enni residenti nelle aree con alta diffusione dell’epidemia, sia per gli uomini (1,28 a marzo 2019, 1,58 a marzo 2020) sia per le donne (da 1,19 a 1,68). E’ quanto si legge nel Rapporto annuale Istat 2020.

Rispetto alla qualità del lavoro aumentano le diseguaglianze a svantaggio delle donne, dei giovani e dei lavoratori del Mezzogiorno. Con maggiore frequenza si tratta di lavoratori a tempo determinato e a tempo parziale, specie involontario, che occupano posizioni lavorative ad alto rischio di marginalità e di perdita del lavoro.

IL DRAMMA OCCUPAZIONE – Sulla base di dati provvisori della Rilevazione sulle forze di lavoro, i lavoratori che hanno dichiarato di essere in cassa integrazione guadagni (Cig) nella settimana di intervista sono quasi 3,5 milioni ad aprile. Inoltre, la sospensione delle attività ha determinato un aumento senza precedenti degli occupati che non hanno lavorato: circa un quarto del totale a marzo e oltre un terzo ad aprile (pari a quasi 7,6 milioni). Sono cresciuti anche i lavoratori in ferie.

Le stime provvisorie relative a maggio “indicano un rallentamento della discesa dell’occupazione con una diminuzione congiunturale di 84mila unità (e oltre 600mila in meno rispetto allo stesso mese del 2019); prosegue la veloce caduta della componente con contratti a termine. Nel contempo, la graduale riapertura delle attività favorisce il riemergere della ricerca di lavoro e il tasso di disoccupazione sale al 7,8%”, scrive l’Istat nel rapporto.

È aumentata la quota di chi lavora da casa almeno alcuni giorni nell’ultimo mese. L’incidenza è stata del 12,6% a marzo e del 18,5% ad aprile, coinvolgendo più di 4 milioni di occupati. Dei 408mila lavoratori dipendenti che hanno utilizzato la propria abitazione come luogo principale o secondario di lavoro, l’8,2% ha un contratto di telelavoro e il 20,2% un accordo di smartworking (0,5% degli occupati dipendenti) per un totale di circa 116mila persone.

Il lavoro da casa per l’Istat “è un’opportunità ma c’è il rischio che il confine tra tempi di lavoro e tempi di vita diventi labile. Circa il 40% di chi lavora da casa (luogo principale o secondario) dichiara di essere stato contattato fuori dell’orario di lavoro almeno tre volte da superiori o colleghi nei due mesi precedenti; la quota arriva quasi al 50% tra chi usa la casa come luogo di lavoro occasionale. Una risposta tempestiva, anche se fuori dell’orario di lavoro, è stata richiesta al 26,1 e al 20,9% di chi lavora a casa come luogo principale e secondario e al 33% di chi lavora a casa occasionalmente”.

IMPRESE PENSANO DI RIDURRE L’OCCUPAZIONE – Le cattive notizie non finiscono purtroppo. L’Istat scrive infatti che “il problema del reperimento della liquidità è molto diffuso, i contraccolpi sugli investimenti – segnalati da una impresa su otto – rischiano di costituire un ulteriore freno ed è anche preoccupante che il 12% delle imprese sia propensa a ridurre l’input di lavoro”. Tuttavia “si intravedono fattori di reazione positiva e di trasformazione strutturale in una componente non marginale del sistema produttivo”.

L’IMPATTO SULLA MORTALITA’ DEL COVID – L’impatto dell’epidemia sulla mortalità è stato significativo nel periodo di marzo e aprile”, scrive ancora l’Istat nel Rapporto annuale 2020. L’epidemia ha colpito quasi 240mila persone e causato poco meno di 35mila decessi. Il numero di casi Covid-19 segnalati in Italia è massimo a marzo (113.011), con il picco registrato il 20 del mese, e poi inizia a diminuire; ad aprile i casi segnalati sono 94.257. Il calo è proseguito ancora più marcatamente nei mesi di maggio e giugno.

L’elevato numero di decessi osservato a causa del Covid-19 avrà, con molte probabilità, un impatto anche sulla speranza di vita. Se l’effetto Covid dovesse determinare per tre mesi un costante incremento, dell’ordine del 50%, della probabilità di morte in corrispondenza delle età più anziane, per il 2020 risulterebbero 710mila morti su base annua (73mila in più). In parallelo, la speranza di vita alla nascita scenderebbe a 82,11 anni (-0,87) e quella al 65° compleanno si ridurrebbe da 20,89 a 20,02.

TRA BASSA NATALITA’ E VOGLIA DI FAMIGLIA – L’Istat rileva ancora una volta come l’Italia resti un paese “Paese a permanente bassa fecondità. Il numero medio di figli per donna per generazione continua a decrescere dai primi decenni del secolo scorso. Si va dai 2,5 figli delle donne nate nei primissimi anni ’20, ai 2 figli per donna delle generazioni dell’immediato secondo dopoguerra, a 1,56 figli per le donne della generazione del 1965, fino a raggiungere il livello stimato di 1,43 per la coorte del 1978. La rapida caduta della natalità potrebbe subire un’ulteriore accelerazione nel periodo post-Covid”, si legge nel rapporto.

“Recenti simulazioni, che tengono conto del clima di incertezza e paura associato alla pandemia in atto, mettono in luce un suo primo effetto nell’immediato futuro; un calo che dovrebbe mantenersi nell’ordine di poco meno di 10mila nati, ripartiti per un terzo nel 2020 e per due terzi nel 2021”, aggiunte l’Istituto.

Per l’Istat però “il numero di figli effettivo che le persone riescono ad avere non riflette il diffuso desiderio di maternità e paternità presente nel nostro Paese. Sono solo 500mila gli individui tra i 18 e i 49 anni che affermano di non avere la maternità/paternità nel proprio progetto di vita.

A fronte di una fecondità reale in costante calo dal 2010 che riporta l’Italia agli stessi livelli di 15 anni fa, resta fermo a due il numero di figli desiderato, evidenziando uno scarto tra quanto si desidera e quanto si riesce a realizzare. Il modello di fecondità ideale è omogeneo a livello territoriale. Ben il 46,0% delle persone desidera avere due figli, il 21,9% tre o più. Solo il 5,5% ne desidera uno mentre un quarto è indeciso sul numero.

UN POPOLO PIU’ COESO PER IL LOCKDOWN – “Una forte coesione è stata il segno distintivo del Paese nella fase del lockdown. Alta la fiducia verso le principali istituzioni: in una scala da 0 a 10 i cittadini hanno assegnato 9 al personale medico e paramedico e 8,7 alla Protezione civile”, aggiunge ancora l’Istat nella sua Relazione annuale 2020.

La stragrande maggioranza dei cittadini, trasversalmente a tutto il Paese, ha seguito le regole definite, specie il lavarsi le mani (mediamente 11,6 volte in un giorno), disinfettarsele (5 volte), rispettare il distanziamento fisico (92,4% della popolazione), ridurre le visite a parenti e amici (l’80,9% non ne ha fatte) e gli spostamenti (il 72% non è uscito il giorno precedente l’intervista).

Nonostante la distanza fisica, la cura dei rapporti sociali ha registrato un diffuso incremento del tempo loro dedicato: il 62,9% ha sentito parenti e si è intrattenuto di più nel 60% dei casi, la metà delle persone ha sentito gli amici riservando loro più tempo (63,5%).

Forte l’incremento di quanti si sono dedicati alla lettura (libri, riviste, quotidiani, ecc.): si tratta del 62,6% della popolazione. Il 26,9% ha letto libri, il 40,9% quotidiani. Non si è rinunciato all’attività fisica e alla pratica sportiva che, sebbene in gran parte avvenute all’interno delle abitazioni, hanno coinvolto quasi un quarto delle persone (22,7%). Più frequenti che nella fase precedente anche le attività creative di musica, soprattutto canto (15,9%), pittura e scrittura – spiega l’Istat – La popolazione appare polarizzata nella frequenza di preghiera, il 42,8% ha pregato almeno una volta a settimana (il 22,2% tutti i giorni) ma altrettanti (48,3%) non lo hanno fatto mai.