Orrori giudiziari
Referendum 22-23 marzo, quando l’indagine diventa un inferno: tre casi di malagiustizia ci spiegano cosa votare
Imputati trasformati in colpevoli senza avere le prove, abusi del processo, giudici in balia dei pm. Votando Sì al referendum, coloro che sono stati marchiati dalla giustizia non resteranno ignorati
“Il capolavoro dell’ingiustizia è di sembrare giusto senza esserlo”. Bisogna risalire a Platone per trovare il sottotitolo del referendum sulla separazione delle carriere. Oltre al conteggio delle schede e all’esito della consultazione, c’è la carne viva di chi è passato sotto il giogo della giustizia. Basta un’inchiesta partita male, sciatteria o negligenza, un teorema portato avanti anche contro l’evidenza dei fatti, per marchiare indelebilmente una vita. Sono i sotterranei delle Procure, veri e propri gironi infernali, quelli che il No tende a rimuovere, spesso per comode semplificazioni o per connivenze con le toghe. Il Riformista racconterà alcune di queste storie dimenticate.
Il vero assassino di De Luca
I lettori di Agatha Christie sanno che per stabilire un omicidio servono un cadavere e un movente. Raffaele Accordi era stato accusato dell’omicidio di un amico, Giovanni De Luca, morto all’ospedale di Mantova nell’agosto 1989. La contabilità è presto fatta: cinque anni e quattro mesi passati in carcere, finché nel 2005 un testimone raccontò come erano andati i fatti e chi era il vero assassino di De Luca. Sette anni dopo quella testimonianza, la Corte d’Assise d’Appello di Venezia accolse la richiesta di revisione del suo processo, sulla base delle nuove prove testimoniali. La Cassazione bloccò tutto (succederà anche nel 2022) con una gelida spiegazione: motivi formali. Il paradosso? Gli inquirenti da anni conoscono il nome del vero assassino (nel frattempo deceduto), ma il sistema non è in grado di scagionare Accordi. Morale: un imputato trasformato in colpevole senza prove (e senza movente), il vero esecutore mai cercato, prove materiali del tutto ignorate. L’accusa trasformò Accordi – che aiutò la vittima portandola all’ospedale – in complice morale di un omicidio senza autore (il responsabile è morto da uomo libero). Un tunnel senza fine: “Da decenni lotto solo per il mio onore. Chiedo di non morire con il marchio di omicida”, ha commentato a un giornale locale.
Il caso Magliocca a Pignataro Maggiore
Dalla Bassa padana ci trasferiamo ai piedi dei monti Trebulani. Siamo a Pignataro Maggiore, un comune di 5.000 abitanti in provincia di Caserta. È qui che nel 2002 comincia l’ascesa di un allora ventisettenne che si chiama Giorgio Magliocca. Il sindaco va avanti fino al 2011, quando, a marzo, viene arrestato con un’accusa gravissima: concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo un collaboratore di giustizia, alla vigilia delle comunali del 2006, il primo cittadino avrebbe incontrato un boss. Il teorema è inscalfibile: i pm gli contestano di aver sottoscritto un patto politico-mafioso per gestire i beni confiscati in cambio di voti dai clan. In pratica, 315 giorni di detenzione tra carcere e domiciliari. Poi un “dettaglio” si insinua nel meccanismo: nel periodo storico indicato dal pentito, il boss era detenuto in carcere. Dall’ottobre 2004 al luglio 2007, dunque anche durante la campagna elettorale del 2006 sotto la lente degli investigatori, il capoclan era sottoposto al regime del 41-bis. Il presunto incontro con il politico non poteva avvenire e infatti non era mai avvenuto. Nel 2013 arriva il lieto fine: il primo grado stabilisce l’assoluzione “perché il fatto non sussiste”. Poco prima, la Cassazione aveva annullato la custodia cautelare: non c’erano i presupposti né per il carcere né per gli arresti domiciliari. Nel 2014 anche la Corte d’Appello di Napoli assolve pienamente il politico. Nel 2016 riparte la sua attività politica e Magliocca torna sindaco di Pignataro Maggiore per la terza volta. Ad aprile 2019, i giudici della Cassazione accolgono la richiesta del suo avvocato: 90 mila euro di risarcimento per quasi 11 mesi di ingiusta detenzione. La beffa? Il pm e il gip che lo arrestarono erano gli stessi che avevano condotto l’inchiesta a carico del boss nel 2004. Una carriera in ascesa per loro: diventarono rispettivamente procuratore capo e presidente di sezione.
La via crucis di Scarfato: il capo di imputazione cambiato cinque volte
Restiamo in Campania, ma stavolta passiamo in provincia di Napoli. Questa è la storia di un sottoufficiale dei Carabinieri che, nel pieno di un’indagine sull’emergenza rifiuti degli anni 2000, si ritrova imputato per concorso esterno in associazione mafiosa (insieme a un altro collega). Il malcapitato si chiama Luigi Scarfato. La sentenza di rinvio a giudizio nel 2013 fu anticipata da un quotidiano locale, prima ancora che il giudice si esprimesse in merito. Comincia la Via Crucis: il processo dura 5 anni, per un totale di 38 udienze. Tra indagini preliminari e dibattimento, il capo di imputazione nel frattempo cambiò 5 volte, consentendo al pm, ogni volta, una nuova iscrizione: una sorta di fine pena mai. Il processo si concluse nel 2018 con un’assoluzione con formula piena. Il calvario però va avanti in un altro girone: quello del procedimento disciplinare interno all’Arma. Nel mezzo, il sottoufficiale imputato e poi assolto ha pagato uno scotto impegnativo, sacrificando salute, denaro e affetti. Insomma, tre storie tra tante, tutte inconfondibilmente legate dal sapore amarognolo della mala giustizia. Quella che si può fermare il 22-23 marzo con un semplice Sì.
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