Il fronte del no si sta allargando. Il sì è diviso in tre falangi. Quella dei sostenitori convinti e scatenati, guidati dai 5 stelle e in particolare da Marco Travaglio, che – giustamente – identificano la vittoria del sì con la vittoria del premier Conte. Poi c’è la falangetta del Pd, che sostiene Conte a spada tratta ma sostiene il sì solo a malincuore, come prezzo da pagare per difendere il premier. Poi c’è una terza falange del sì, molto scombiccherata, e cioè il centrodestra. La sua posizione è traballante. Difficile spiegare perché lo schieramento dell’opposizione a Conte si schieri poi compatto a sostegno di Conte in un referendum decisivo per la sue sorti. Qual è la spiegazione? Potrebbe dipendere da nobili motivazioni ideali, e cioè dalla profonda convinzione che il parlamento è una struttura pletorica. E il numero dei parlamentari va assolutamente e urgentemente ridotto. Ma non risulta che i partiti del centrodestra abbiano mai avuto questa idea. E allora?

Si fa avanti un’ipotesi paradossale e tuttavia con una sua ragionevolezza. Che il centrodestra voglia evitare il rischio di elezioni anticipate. Cosa che avrebbe una sua “ratio” per Berlusconi, visto che Forza Italia è in difficoltà nei sondaggi. Ma qual è la “ratio” per Salvini e Meloni, che secondo i sondaggi in caso di elezioni raddoppierebbero il loro peso in Parlamento?
Forse, al di là delle apparenze, anche loro preferiscono un governo senza nerbo, com’è quello di Conte e Di Maio, composto in gran parte da dilettanti, privo di una sua strategia e di una sua visione di futuro, e pensano che in questa fase di grande incertezza, di crisi economica, di rischi sanitari, sia la soluzione migliore. Non costringe nessuno a compromettersi e a fare grandi scelte, evita alla destra di assumere responsabilità di governo per le quali non si sente preparata – né sul piano delle strategie né sul piano della leadership e del personale politico – e al tempo stesso lascia larghissimi spazi per vivere in modo semplice e selvaggio nel campo dell’opposizione totale.

È una ipotesi fantasiosa? Proviamo a ricapitolare i termini del problema. Dunque, il referendum riguarda esclusivamente il numero dei parlamentari. Non è nemmeno sfiorata l’ipotesi di un riassetto istituzionale. La riforma costituzionale voluta dai grillini e subìta dal Pd non si fonda su un’idea di riforma del funzionamento della rappresentanza, ma semplicemente si presenta come una misura economica. Una specie di revisione della spesa pubblica, peraltro non particolarmente ambiziosa. E che ha come effetto collaterale la riduzione del valore e del peso politico del Parlamento e della democrazia parlamentare. Si tratta di ridurre i costi del Parlamento di circa 50 milioni all’anno (1 euro e dieci centesimi per ogni elettore, un po’ meno di un biglietto del bus) cioè circa lo 0,005% della spesa pubblica. Naturalmente uno può dire che comunque quello 0,005% è comunque un primo passo. Goccia a goccia si riempie il bicchiere. Vero. Però non si capisce molto il motivo del rovesciamento di posizione di quasi tutti i partiti. Tre anni fa si pose il problema dell’abolizione (o comunque della riforma del Senato) che avrebbe portato a un risparmio maggiore e avrebbe per di più semplificato il funzionamento del Parlamento e ragionevolmente aumentato il potere della Camera dei deputati nei confronti dell’esecutivo. Tutti i partiti che allora si dichiararono per il no a quel referendum e al monocameralismo (tranne il Pd) ora sono passati sull’altro fronte. Non c’è una spiegazione a questo terremoto, se non di natura tattica. E infatti più o meno tutti gli intellettuali e i giuristi che allora si pronunciarono per il no ora sono di nuovo per il no (tranne Gustavo Zagrebelsky che si è rifiutato di pronunciarsi, combattuto tra l’avversione alla misura e l’amore per Conte).

E qui allora bisogna passare alla valutazione politica. È del tutto evidente che sarà un referendum pro-Conte o contro-Conte, così come del resto l’ultimo referendum fu pro-Renzi o contro-Renzi. Renzi lo perse e le conseguenze politiche, per lui, furono catastrofiche. Stavolta le cose sono cambiate. Anzi si sono rovesciate. L’opposizione, che nel 2016 diede scacco a Renzi, ora si raccoglie a difesa di Conte. Compreso il leader della Lega. Il quale sa benissimo che se vuole mandare a casa Conte c’è una sola strada: che vinca il no. Anche perché se vince il sì non solo Conte si rafforza, ma le elezioni anticipate diventano impossibili, perché bisogna ridisegnare i collegi elettorali, preparare una nuova legge elettorale e nel frattempo scatta il semestre bianco (fine mandato di Mattarella) e tutto viene rinviato fino a scadenza naturale della legislatura.

E così si realizza il paradosso. Sarà in modo del tutto evidente un referendum pro o contro il governo. Nello schieramento politico, a favore del premier ci sono i Cinque Stelle, Zingaretti, Renzi, Speranza, Forza Italia, Fratelli d’Italia e la Lega di Salvini. Contro solo i radicali (Riccardo Magi e la Bonino)…