Oggi, a partire dalle ore 10, a piazza Montecitorio, i precari della ricerca italiana manifesteranno contro l’interruzione del processo di “stabilizzazione”, ovvero di inserimento in ruolo dopo tanti anni di precariato (oltre che per le insufficienti risorse destinate alla ricerca). Ma perché dovremmo interessarci al loro caso? Questo problema riguarda solo loro, o tutti noi?  Uno sformato di verdure è piatto sano e saporito, ma leggero. È ricco di sostanze benefiche e sali minerali, con pochi zuccheri semplici e grassi. Proprio quello che ci vuole per mantenersi in forma e in salute!
Farlo però, non è semplice. Bisogna uscire con questo tempaccio autunnale e andare in un negozio specializzato, meglio ancora se biologico, perché il supermercato non ci garantisce altrettanto gusto e qualità. Arriviamo, scegliamo accuratamente le verdure, quelle più adatte, quelle di migliore colore e consistenza. Ci assicuriamo che siano fresche e rigogliose. Le soppesiamo, andiamo alla cassa e paghiamo. Costano tanto, è vero, ma per fare uno sformato a regola d’arte, non possiamo badare al prezzo. Torniamo a casa, puliamo le verdure, aggiungiamo gli altri ingredienti, tagliamo, impastiamo, amalgamiamo, frulliamo, incorporiamo, modelliamo, spolveriamo. È tutto pronto. Si inforna. Il lavoro è stato lungo e impegnativo, ma ne valeva proprio la pena.

Apriamo il forno, lo estraiamo, pregustiamo il piacere di assaporarlo e i benefici che trarremo da un piatto così prelibato. Prendiamo la pirofila, la poggiamo su un vassoio… ma, invece di andare in sala da pranzo, andiamo alla trattoria sotto casa, che di sformati -magari anche meno salutari e saporiti- ne ha tanti. Lo lasciamo lì e ce ne andiamo! Assurdo vero? Qui non si tratta di un gesto caritatevole, non è stato dato alla mensa della Caritas, ma a un ristorante che fa i suoi legittimi affari. Un ristorante che non aveva alcun bisogno del nostro contributo. Invece, lo sformato a noi serviva eccome. Avevamo investito cura e denaro. Oltretutto, adesso non abbiamo più niente da mangiare, né tempo per preparare altro. Solo un pazzo lo farebbe, vero? Eppure, fuori di metafora, questo pazzo è il nostro Belpaese. L’ho fatta un po’ lunga, lo so. Era voluto. Perché vi rendeste conto del paradosso di un comportamento tanto autolesionista. La politica dello sformato perduto è quella che stiamo perseguendo da decenni. Le verdure sono i giovani di alta qualificazione che abbandoniamo al loro destino di migranti tecnologici. Sì perché, per formare un giovane in modo che acquisisca le competenze tecniche e intellettuali richieste dal mercato della ricerca del 21° secolo, un mercato di massima specializzazione, serve molto di più che una mattinata trascorsa tra erbivendoli e fornelli. Diamo per scontato il diploma di scuola media superiore, la vecchia “maturità”. Si comincia con tre anni di università per conseguire la laurea magistrale, si continua con altri due, per la laurea specialistica. A questo punto, dopo la selezione universitaria, ci sono nuovi esami durissimi.

L’iscrizione all’albo professionale, per le discipline che lo richiedono, e poi l’esame di ammissione al dottorato. Sempre che la data di laurea permetta di rientrare nei termini utili per sostenere l’esame per quello stesso anno. Altrimenti è tutto rimandato all’anno seguente e, nel frattempo, ci si arrangia con una borsa di studio, o un assegno di ricerca. Oppure, se non si trova questa opportunità, si campa di espedienti, continuando a studiare e a ricercare, perché bisogna allungare il curriculum delle competenze. A questo punto, se tutto va bene, si supera l’esame di dottorato e via, con altri tre anni di preparazione al mestiere della ricerca, affascinante e gratificante quanto volete, ma spesso davvero ingrato, soprattutto per le condizioni in cui si è costretti a svolgerlo. Trascorsi anche questi tre anni, tra studio e indagini, in laboratorio o sul campo, a seconda dei casi, si aspetta qualche altro mese per poter discutere la tesi ed essere finalmente proclamati “Dottori di Ricerca”.  Sono passati almeno nove anni da quel lontano diploma di maturità. Anche di più, se si sono dovuti svolgere altri lavori per mantenersi, vista la magrezza umiliante degli assegni di studio. E il Dottore di Ricerca è pronto per cominciare l’attività per cui ha tanto tribolato? Ma manco per sogno! Se non svolge almeno altri due anni di “Post Doc”, per avere il tempo di tradurre in pubblicazioni valutabili il lavoro che ha svolto, e farne anche dell’altro per essere più competitivo, la speranza di vincere un concorso e cominciare a svolgere a pieno titolo la propria attività, è davvero remota.  Questo, dalla prospettiva del ricercatore. E da quella del sistema-paese? È la stessa del cuoco dello sformato. Ogni cittadino italiano e lo Stato nel suo complesso, contribuiscono con cifre imponenti alla causa della didattica universitaria e dell’alta formazione. Investimenti che i ricercatori potrebbero e dovrebbero restituire moltiplicati per molte volte, se fossero messi in condizione di farlo. Invece, al termine di questo imponente sforzo, sia individuale, da parte del ricercatore (vi assicuro per esperienza che, prepararsi per dieci anni in una disciplina scientifica, non è una passeggiata neanche per il più brillante degli ingegni) e collettivo, da parte dei contribuenti, il capitale è in gran parte disperso.

Il ricercatore, finalmente pronto per assolvere all’alto compito, è invece abbandonato al suo destino. I più tenaci resistono con altre borse di studio, o contatti a tempo determinato, spesso definiti “atipici”, perché non riconoscono il vero profilo professionale. Si può andare avanti per molti anni così, anche dieci, o anche di più. Chi però non ha la vocazione al martirio, o ha obblighi familiari da assolvere o, semplicemente, non accetta una tale umiliazione, emigra.  Ed ecco i “Cervelli in Fuga”. Cervelli di prim’ordine, anche per la qualità della nostra istruzione universitaria, più attenta a preparare ricercatori in grado di fronteggiare qualunque sfida, che ultraspecialisti dediti ad un unico lavoro. Quindi cervelli versatili, che potranno essere impiegati agli scopi che assegneranno loro i datori di lavoro stranieri.  Quando mi trovo a conferenze scientifiche internazionali e incontro i miei colleghi Inglesi, Tedeschi o Francesi, la battuta è quasi di prammatica. Tra il riconoscente e il sarcastico, mi chiedono se nel mio dipartimento ci sia qualche nuovo dottore di ricerca disposto ad andare a lavorare da loro, perché faranno tutto il necessario per accoglierlo degnamente e invogliarlo a restare.  Perché è questo il problema. È opportuno, anzi doveroso, andare all’estero per fare esperienza e maturare professionalmente, ma da noi la mobilità è diventata emorragia. Il flusso è a senso unico, dai nostri atenei e dai nostri centri di ricerca, verso quelli stranieri.  Chi va, difficilmente torna. E con loro, se ne va un pezzo della nostra cultura, della nostra capacità di innovazione, del nostro Pil e… del nostro futuro.