Con l’acquisizione dell’Ilva, Arcelor Mittal ha assunto l’obbligo di realizzare il programma di risanamento ambientale previsto dall’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) che ho rilasciato il 26 ottobre 2012. Ricordo che tra la fine del 2012 e la primavera del 2013 l’azienda, senza “scudo penale”, fu messa in condizione di interrompere il risanamento ambientale appena avviato. Evidentemente Arcelor Mittal non vuole rischiare di rivivere la stessa esperienza. Ricordiamo i fatti: il 15 novembre 2012 Ilva aveva accettato di dare attuazione alle disposizioni di Aia e realizzare tutti gli interventi previsti dal programma di risanamento, che dovevano essere completati entro la fine del 2015, con un investimento di circa 3 miliardi di euro. Il 26 novembre 2012 il Gip di Taranto sequestrò “come corpo del reato” i prodotti finiti, già pronti per la vendita, per un valore di 1 miliardo che l’azienda aveva destinato ai primi investimenti per l’attuazione del programma di risanamento. In questo modo le disposizioni dell’Aia e il piano di risanamento vennero bloccati sul nascere. Per sbloccare il sequestro e consentire continuità produttiva e risanamento ambientale il governo intervenne il 3 dicembre 2012 con un decreto legge, approvato quasi all’unanimità dal Parlamento il 24 dicembre con la legge 231. Questa misura aveva confermato tutte le disposizioni dell’Aia e restituito all’impresa la titolarità degli impianti e dei prodotti, ancorché oggetto di sequestro, ai fini della realizzazione delle prescrizioni dell’Aia. Ma la Procura della Repubblica di Taranto e il Gip sollevarono molte obiezioni di incostituzionalità bloccando l’applicazione della legge. Il 9 aprile 2013 la Corte costituzionale respinse le eccezioni di incostituzionalità. Tuttavia il Gip continuò a disapplicare la legge fino alla lettura del dispositivo della Corte costituzionale, ovvero fino alla prima settimana di maggio 2013.

È ovvio che la sequenza dei fatti tra la fine di novembre 2012 e presa non fosse soggetta a sanzioni penali in merito alle attività che riguardano il risanamento ambientale in condizioni di continuità produttiva. Altrimenti le attività produttive avrebbero dovuto essere sospese fino a quando gli interventi di risanamento non fossero stati completati. L’Autorizzazione integrata ambientale che ho rilasciato stabilisce la realizzazione degli interventi di risanamento ambientale in continuità delle attività produttive dello stabilimento. Credo che questo sia il nodo: è evidente che la soppressione di quella che oggi viene chiamata “immunità” è finalizzata a impedire la continuità produttiva dello stabilimento, coerentemente con la visione culturale e politica che considera incompatibili attività industriali e protezione dell’ambiente. La non singolare coincidenza della crisi europea dell’acciaio con l’annullamento dell’immunità suggerisce che la chiusura dello stabilimento sia oggi di nuovo il reale obiettivo. Voglio ancora ricordare che la direttiva europea dalla quale discende la procedura dell’Aia è finalizzata invece alla valorizzazione delle tecnologie e dei sistemi di gestione “sostenibili” attraverso un dialogo tra le autorità competenti e le imprese. Approccio totalmente diverso dalla cultura e dalle prassi “punitive” con le quali Arcelor Mittal si è confrontata nel suo primo anno a Taranto. E a questo proposito va anche ricordata la decisione del ministro dell’Ambiente di aggiornare l’Aia e introdurre la Valutazione di impatto sanitario con una procedura unilaterale, ovvero senza definire con l’impresa gli obiettivi e il perimetro della nuova procedura, coerentemente con quanto prevede la direttiva europea e tenendo anche conto che in questo modo si modificano i termini dell’accordo sottoscritto dall’impresa con lo Stato italiano.

Ferma restando la garanzia dell’immunità, il governo avrebbe dovuto, e ancora potrebbe, aprire con Arcelor Mittal un dialogo costruttivo per verificare la possibilità di introdurre innovazioni nel ciclo di produzione dell’acciaio, tenendo anche conto dell’importante rete produttiva dell’azienda a livello mondiale, ovvero della possibilità di trasferire a Taranto soluzioni più avanzate dal punto di vista ambientale già sperimentate altrove con effetti positivi sulla riduzione delle emissioni e sulla cosiddetta “decarbonizzazione”. Per esempio, l’impiego del gas naturale per la sostituzione parziale e progressiva del carbone e del coke metallurgico per la produzione di acciaio è oggi una tecnologia consolidata. Il vincolo è costituito dal costo del gas naturale. Ma il problema potrebbe essere risolto attraverso la destinazione di una quota del gas trasferito dal Tap in Puglia (3.5 miliardi di metri cubi) da destinare a Ilva sulla base di un contratto di lungo termine a prezzo predeterminato. E inoltre, sulla base dell’esperienza dello stabilimento VoestAlpine di Linz, considerato un “campione della green economy”, può essere introdotto l’impiego delle plastiche (con esclusione del Pvc che contiene cloro) per la sostituzione parziale del coke. Peraltro, il fornitore di VoestAlpine è il consorzio italiano per la raccolta delle plastiche Corepla. Questa è la strada dello sviluppo sostenibile, ben diversa da quella della decrescita infelice che stiamo sperimentando in queste ore.