Giovanni Salvi è il nuovo procuratore generale della Cassazione. Cioè, più o meno, è il capo della magistratura. Lo ha votato e proclamato il Csm, riunito sotto la presidenza di Sergio Mattarella. Succede a Riccardo Fuzio che ha dovuto lasciare l’incarico, questa estate, perché è finito nella trappola delle intercettazioni nel caso Palamara. Giovanni Salvi è un esponente di Magistratura democratica, la corrente di sinistra dei Pm. Però ha ottenuto consensi trasversali: 12 voti, compresi quelli della destra di Davigo e Di Matteo. Luigi Riello, il suo principale competitor, procuratore generale a Napoli, ha preso solo 4 voti e altri 3 voti li ha presi Marcello Matera, avvocato generale della Cassazione. Salvi è un magistrato molto serio e molto stimato, che nella sua lunga carriera ha attraversato tutta la storia degli ultimi 40 anni della Repubblica. Ha 67 anni, è pugliese di Lecce, ha studiato a Roma. È in magistratura dal 1979. Suo padre era un grande avvocato salentino, e anche sua sorella è avvocato a Lecce. Suo fratello invece, Cesare, di qualche anno più anziano di lui, ha insegnato in varie università, sempre Diritto, ma soprattutto ha dedicato gran parte della sua vita alla politica, nel Pci, prima, ai tempi di Berlinguer, e poi nel Pds e nei Ds. Non ha mai aderito al Pd, invece, si è dissociato da posizioni di sinistra e poi si è ritirato dalla politica. Ho conosciuto bene Giovanni Salvi quando eravamo ragazzi. Militavamo insieme nel Pci e precisamente nella sezione universitaria. Sto parlando dei primi anni Settanta. Io ero il segretario della sezione, lui il segretario della cellula di Legge (allora dicevamo così: Legge, non dicevamo giurisprudenza).

Noi della sezione universitaria, in generale, eravamo ragazzi scapestrati e un po’ sovversivi. Lui, devo dire, non lo era. Come tutti noi non aveva una lira in tasca, era uno studente fuorisede e viveva in un appartamentino scalcinato a San Lorenzo, insieme ad altri due studenti comunisti, uno si chiamava Amato Mattia, e poi diventò amministratore dell’Unità, l’altra si chiamava Pina Monaco, erano tutti e tre studenti di Legge e tiravano avanti col presalario Pina, il guadagno di Amato che scaricava i pacchi di giornali dai camion, e qualche lira che i genitori mandavano a Giovanni. Si mangiava alla mensa della Casa dello Studente, pranzo e cena in tutto a 400 lire. Qualche volta noi ci autoriducevamo il prezzo di pranzo e cena e pagavamo solo 100 lire, per supposte ragioni politiche. Giovanni non mi pare che abbia mai aderito a queste proteste. Era serissimo, studiosissimo, molto berlingueriano, favorevole al compromesso storico, mentre noi studiavamo poco, sempre presi dalle assemblee, dai cortei, dalle riunioni, dai volantini, eravamo anche critici con Berlinguer o perché eravamo stalinisti oppure perché eravamo ingraiani. Giovanni amava i cani e la natura, ma siccome San Lorenzo non era molto verde, spesso se ne andava a studiare tra gli alberi del Verano, cioè al cimitero. Sapeva sfruttare al massimo le poche virtù della città. Poi l’estate tornava giù in Puglia, e tornava anche ad essere ricco, perché i suoi avevano una villa bellissima a picco sul mare, sopra la grotta della Zinzulusa, a Castro. Io ho lasciato l’Università nel 1975, e credo anche lui. Dopo aver combattuto e stravinto le prime elezioni universitarie che permettevano agli studenti di entrare negli organi di governo degli atenei. Io andai a fare il giornalista, lui l’avvocato e poi il magistrato. Ci siamo persi di vista, ma da lontano ho seguito la sua carriera.

È stata una carriera notevole, da Pm a Roma e a Catania, da membro del Csm, da magistrato impegnatissimo. Per diventare Procuratore a Catania dovette combattere con Giovanni Tinebra che voleva quell’incarico e sosteneva che Salvi di mafia non sapesse niente. Tinebra ne sapeva? Era quello che quando indagò sull’uccisione di Borsellino credette (nel migliore dei casi, diciamo, credette) al pentito falso Scarantino e finì per nascondere per sempre la verità. Per fortuna la corsa a Procuratore di Catania la vinse Salvi. Salvi non ha mai amato la pubblicità, i giornalisti, tantomeno le fughe di notizie. Eppure è stato protagonista di processi importantissimi. È lui che nell’82 riaprì il processo per la morte del banchiere Calvi, che era stata archiviata come suicidio (sto parlando del tragicissimo scandalo del Banco Ambrosiano). È lui che ha indagato su Ustica (l’aereo dell’Itavia abbattuto non si sa da chi, forse dai libici, forse dai francesi, forse dagli americani), sull’omicidio Pecorelli e soprattutto su Pippo Calò, il cassiere della mafia tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Indagò anche sulla banda della Magliana e poi si mise in testa di inseguire un certo Contreras Sepulveda che era stato il capo della polizia politica di Pinochet, in Cile, e aveva fatto ammazzare un sacco di gente, anche di Italiani. Riuscì a farlo condannare. Salvi è un magistrato molto molto esperto. Gran parte delle sue inchieste – non tutte, naturalmente – sono state coronate da successo. Dico non tutte perché, per esempio, Andreotti fu pienamente assolto per l’omicidio Pecorelli. È una persona che ama davvero la legge e il diritto. Molto, anzi troppo. Come tantissimi altri magistrati ha un’idea della legge quasi religiosa. Non solo della legge, anche della macchina della giustizia. La considera la cosa più importante che c’è, in una società moderna. La mette al di sopra di tutto, di tutti gli altri valori e di tutti gli altri meccanismi sociali. Per Salvi una società moderna e giusta è una società dove tutti i colpevoli vengono scovati e puniti e dove scovare i colpevoli è un dovere assoluto, una missione, sovraordinata a ogni altra missione e a ogni altra attività. Al vertice della civiltà Salvi vede il Tribunale. Lo dico anche con affetto, perché non riesco a non avere affetto per il vecchio amico e per una personalità seria e specchiata. Però anche con un po’ di paura. La paura di sempre: che quelli come lui abbiano in mente il sogno dello Stato etico…