«Sarà una riforma epocale», dichiarò euforico, lo scorso luglio, il Guardasigilli Alfonso Bonafede, illustrando ai giornalisti il suo maxi piano sulla giustizia. «Porterò il testo al primo Consiglio dei ministri», aggiunse con il tono di voce di chi è consapevole che quell’annuncio sarebbe stato ricordato come uno dei momenti più solenni per il mondo del diritto dopo anni. Nel 2019, per il ministro grillino, finiva un’epoca, quella delle leggi “ad personam” e delle riforme fatte per favorire solo i “delinquenti” e non i cittadini onesti.

Riformare la giustizia non è un’impresa facile per nessuno. Ma Bonafede era convinto di portare a casa il risultato e di passare alla storia, dopo Cesare Beccaria, Piero Calamandrei, Giuliano Vassalli, solo per citare qualche illustre giurista italiano del passato, come colui che fece funzionare l’infernale macchina giudiziaria. Il disegno di legge in questione di epocale aveva pure il titolo: “Ddl recante deleghe al governo per l’efficienza del processo civile e del processo penale, per la riforma complessiva dell’ordinamento giudiziario e della disciplina sulla eleggibilità e ricollocamento in ruolo dei magistrati, nonché disposizioni sulla costituzione e funzionamento del Consiglio superiore della magistratura e sulla flessibilità dell’organico di magistratura”.

Una riforma a 360 gradi, dunque, che avrebbe rivoluzionato i tribunali, garantendo processi rapidi e pene certe. E mettendo finalmente in riga anche i magistrati, usciti a pezzi dopo lo scandalo emerso proprio in quel periodo con le intercettazioni effettuate a carico del pm Luca Palamara che avevano disvelato le torbide manovre dei togati per nominare i capi di alcune importanti Procure.

Bonafede si era calato nei panni del riformatore esattamente a gennaio. Per incassare il blocco della prescrizione dei reati dopo la sentenza di primo grado, uno dei cavalli di battaglia dei grillini da sempre, inserita nel famigerato “spazzacorrotti”, aveva accettato che tale norma entrasse in vigore dopo un anno, a partire dunque dal 2020.

Durante quest’anno, per evitare lo scoppio della “bomba nucleare” sui processi, come disse l’allora ministro leghista Giulia Bongiorno prevedendo gli effetti del processo eterno, si sarebbero dovuti modificare i codici di rito. Una riforma organica che, nelle intenzioni della maggioranza giallo-verde, avrebbe reso digeribile lo stop della prescrizione, norma palesemente in contrasto con quanto disposto dalla Costituzione a proposito della ragionevole durata dei processi.
Bene, cosa è successo da allora? Assolutamente nulla. In Consiglio dei ministri non è stata presentata neppure mezza pagina di questa “riforma epocale” della giustizia. Neppure il “frontespizio”. E, verosimilmente, nulla accadrà da qui alla fine dell’anno.

Anche se il Ddl Bonafede venisse approvato in Cdm, infatti, non ci sarebbe poi il tempo tecnico per il suo passaggio alle Camere entro il prossimo 31 dicembre.
Difficile, poi, che il Pd tenti un colpo di coda per salvare la riforma Orlando sulla prescrizione, annichilita dal testo Bonafede. I dem sulla giustizia sono ormai appiattiti sui diktat grillini e, lacerati al proprio interno, non hanno la forza politica di ricordare all’alleato di governo l’impegno preso.

Vale la pena di ricordare che la riforma Bonafede è stata osteggiata dall’intera comunità dei giuristi. Tranne qualche noto magistrato legato a doppio filo al M5s, tutta l’accademia, il mondo forense e ampi settori della magistratura non ideologizzata, hanno manifestato assoluta contrarietà al riguardo.
Lo stesso vice presidente del Csm, il dem David Ermini, non perde occasione per ricordare che non è possibile tenere una persona sotto processo per tutta la vita.
Le Camere penali hanno, il mese scorso, indetto una settimana di astensione dalle udienze in segno di protesta. Tutto inutile. Il ministro della Giustizia non vuole fare un passo indietro: troppo importante questa legge manifesto per la narrazione grillina sull’onestà. Quindi, dal prossimo primo gennaio, via libera, senza troppi pensieri, allo scoppio della bomba nucleare sui processi. Corte costituzionale permettendo.