Lo scontro
Schiavazzi: “Trump, Leone e le due Americhe: il Papa continua a credere nell’Occidente, il tycoon no. Il legame voto-fede è condizionante negli States”
Incontriamo Piero Schiavazzi, vaticanista, docente di Geopolitica Vaticana alla Link Campus University, analista dei rapporti tra Santa Sede e politica internazionale, studioso delle dinamiche tra Chiesa, diplomazia e nuovi equilibri globali.
Professore, lo scontro tra Donald Trump e Papa Leone è un episodio contingente o rivela un conflitto più profondo tra potere politico e autorità morale globale?
«È uno scontro che, all’indomani dell’elezione di Prevost, ho definito non solo prevedibile, ma ineludibile. Ancora una volta, come con Wojtyla, lo Spirito Santo, da sempre raffigurato in forma di colomba, ha deposto il suo “uovo” al di là del muro: un tempo il muro di Berlino, tra Est e Ovest; oggi il muro trumpiano del Rio Grande, tra il Nord e il Sud del mondo. Rispetto a quel confine, l’American Pope sta come Giovanni Paolo II stava davanti al blocco orientale».
Colpisce che i due grandi americani del nostro tempo siano Trump e Papa Leone: due figure nate nello stesso Paese ma portatrici di visioni opposte dell’Occidente. È questa la vera dicotomia del nostro tempo?
«In realtà sono portatori di due visioni opposte dell’America. Quanto all’Occidente, Leone continua a crederci, mentre Trump non ci crede più. È questo il cruccio del Pontefice, che ha parlato di “un enorme cambiamento in quella che per molti anni è stata una vera alleanza tra Europa e Stati Uniti”. Quanto agli Usa, il pensiero di Leone si riflette nello statement dei cardinali statunitensi Cupich, McElroy e Tobin, secondo cui l’attuale amministrazione sta modificando la percezione globale degli Stati Uniti, omologandoli alla Realpolitik delle altre potenze».
Possiamo leggere questo confronto come una sfida tra hard power americano e soft power della Santa Sede? Quanto pesa oggi l’influenza simbolica del Vaticano?
«La sfida tra hard power e soft power è il nome moderno dell’antica contesa tra Papato e Impero. Da domenica sera, quando agenzie e televisioni hanno rilanciato nel mondo le parole di Trump, abbiamo avuto la conferma della centralità della Sede Apostolica e dell’attuale Vicario di Cristo nello scenario internazionale. Basti pensare all’Italia, chiamata a scegliere tra le due Americhe, quella di Trump e quella di Prevost: senza eccezioni, dal governo all’opposizione, si è schierata con il Papa. Come accade nelle grandi questioni strategiche».
La diplomazia vaticana conserva ancora un ruolo centrale negli equilibri internazionali, soprattutto grazie alle sue “antenne” nei luoghi di guerra e di crisi nel mondo?
«La Chiesa è da sempre universale, ma oggi, per la prima volta nella sua storia, è globalizzata, con una sistematica redistribuzione geografica dei centri decisionali e della formazione della classe dirigente a favore di altri continenti. Su questa delicata ripartizione di potere tra centro e periferia si gioca la capacità di restare l’unico centro geopolitico capace di una visione articolata e insieme unitaria dei problemi del mondo».
Trump rischia di pagare un prezzo elettorale tra i cattolici americani, tradizionalmente decisivi in alcuni Stati chiave?
«Trump, e con lui Vance, che si è allineato nelle critiche al Papa, devono avere valutato il rischio concreto di compromettere il 55 per cento del voto cattolico ottenuto nel 2024. Ma dall’altra parte ha pesato ancora di più l’esigenza di mantenere un rapporto privilegiato con gli evangelici, portatori di una visione guerriera e apocalittica del cristianesimo, incompatibile con quella del Pontefice romano, benché americano».
La difesa pubblica della Santa Sede mobilita ancora consenso politico ed elettorale, oppure il legame tra fede e voto si è ormai indebolito?
«Il legame tra voto e fede risulta indebolito in Italia, ma non negli States, dove la dimensione religiosa resta, se non determinante, certamente condizionante. Lo conferma il fatto che qualunque presidente, nei comizi elettorali da candidato e poi nel discorso d’insediamento, si appelli a Dio. È ciò che i politologi definiscono civil religion: un insieme di valori di derivazione ebraico-cristiana ritenuti essenziali alla tenuta delle istituzioni».
Se oggi il richiamo al Vaticano produce consenso, lo sposta prevalentemente verso destra sui temi identitari o verso sinistra su pace, sociale e accoglienza?
«Leone, come Francesco, sfugge alla categorizzazione destra-sinistra. In Prevost, come in Bergoglio, registriamo accenti fortemente pacifisti, meridionalisti, direi perfino socialisteggianti, che convivono però con una perentoria difesa della vita, senza sconti e senza timore di andare controcorrente su aborto ed eutanasia. Su questi temi sanno quanto sia difficile spostare il consenso, ma misurano i propri passi sulla distanza del futuro, non del presente».
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