A Roma sono morti due operai: Paolo Pasquali (29 anni) e Stefano Fallone (53 anni). Stavano ristrutturando un palazzo alla periferia sud vicino all’Eur. Mentre tagliavano una trave di cemento, l’impalcatura si è spezzata e loro sono precipitati dall’ottavo piano. Nell’ultima settimana ci sono stati sette morti sul lavoro. L’ultimo ieri sera in Provincia di Savona, Un operaio di 54 anni schiacciato da una lastra di cemento.

Sbucano all’improvviso dal corteo colorato mosso al passo elettrico della festa, sopravanzano tutti, montano sul parapetto, intrecciano le dita. Nuvole d’aria risalgono la luce, trattengono la voce. Da sopra gli sguardi si allungano e da sotto si accorciano, sfumano le facce. E tutti lo desiderano: vorrebbero che quelle mani si trasformassero in ali, per non cadere più, vorrebbero che fosse ancora sabato, ci fosse una domenica infinita a separarli per sempre dalla tragedia, gli attrezzi restassero chiusi nella loro custodia, il lavoro fosse stato terminato il venerdì e non ci sarebbe più nulla da costruire nel loro futuro se non edifici bassi a pelo di suolo. E loro si guardano, vorrebbero che le mani gli diventassero ali per non cadere più, per trasformare i venti metri di volo in un cielo indefinito, sprofondato nel blu madonna che di solito adorna i mari del sud. Vorrebbero trovarsi fra i margini tranquilli di un sabato pomeriggio in cui il cemento che lastrica i palmi è solo un tenue fastidio, e manca tutto un giorno di festa per attraversare la tragedia.  Ancora rimane il tempo di abbracciarsi, dirsi tutto, lasciare un dolore meno sorpreso. Ma i palazzi di venti metri non lo danno lo spazio ai sogni, sbrigano in fretta le loro incombenze. E non c’è stato il tempo per i saluti, né quello per i miracoli, e neppure c’è stato il tempo di urlarlo l’orrore di otto piani percorsi a testa in giù.