Con l’archiviazione dell’Inter, dopo quella del Milan, in merito alle cosiddette “plusvalenze”, emerge una lezione sul rapporto tra etica e diritto penale che andrebbe applicata anche in ambiti diversi dal mondo calcistico. È solo da certi particolari che si giudica la discrezionalità che può impadronirsi di un potere pervasivo come quello della magistratura. Dopo il clamore mediatico delle inchieste, certamente epocali, condotte su Suarez e sulla frase “il bambino porta cocumella” (finite, come pare ovvio, nel più assoluto nulla e con il dispendio di tempo, energie, risorse), altre procure hanno cavalcato l’onda dell’effimera notorietà con le indagini sulle plusvalenze realizzate nel calciomercato.
Thomas Hobbes si è fermato in Via Carlo Freguglia n. 1. La procura milanese, infatti, non ha inteso arrendersi, prima di prevedibili perdite di tempo e di disfunzionalità organizzative, dinanzi alle intuizioni teoriche dell’autore del Leviatano, che non a caso Marx indicava quale vero fondatore dell’economia politica. L’assunto di Hobbes, precoce teorico della modernità politica ed economica, era che “il valore di una persona coincide, come per tutte le altre cose, col suo prezzo, cioè con quanto si sarebbe disposti a dare per l’uso del suo potere”. La peculiare struttura contrattuale della società moderna era così decifrata e messa per la prima volta al cuore della descrizione del tempo presente, da intendersi come sistema sociale funzionante sulla base dello scambio mediato dal denaro per l’acquisizione di ogni potere, anche di quello della forza che lavora (o del calciatore che fa lisci o magie con la palla).
Nel suo affresco Hobbes aggiungeva che, in una società contrattuale-pattizia-mercantile, vige il principio cardine per cui la determinazione del prezzo appartiene solo al libero gioco negoziale. In questione, nel pullulare delle transazioni, “non è perciò un valore assoluto, ma dipendente dal bisogno e dalla stima di altri. Un abile condottiero ha un prezzo alto in tempo di guerra presente o imminente, ma non lo ha in tempi di pace”. Per ogni funzione-prestazione, quindi anche per quel potere concentrato nel corpo dei calciatori, vale solo questo principio. Non esiste alcun valore assoluto, dato che il prezzo di ogni merce-attività-potere è determinato dal bisogno di acquistare o vendere e anche dalla stima che il mercato con le sue dinamiche indirizza in relazione ad una cosa-merce-attività. Per un calciatore attribuire il prezzo assoluto di vendita è impresa impossibile, un brocco può diventare una preziosa merce di scambio per una squadra falcidiata da una serie di infortuni e un campione può perdere ogni valore per circostanze sfuggenti (l’invadenza mediatica della moglie procuratrice, una stagione caratterizzata da infortuni, rottura con l’allenatore, ecc.).
Precisava Hobbes che “per gli uomini, come per le altre cose, il prezzo non è determinato dal venditore ma dal compratore. Quand’anche, infatti, una persona stimi se stessa al più alto valore possibile, tuttavia il suo vero valore non supererà quello stimato dagli altri”. Il prezzo di un giocatore non dipende dalla sua pretesa (certuni, per fuggire da un club, cercano di determinare strappi per favorire una consistente perdita del proprio valore economico) e va ricondotto alla stima fatta dagli altri, dagli operatori di mercato, dalle legittime esigenze contabili di una società.
La procura non può pretendere di sostituirsi al mercato e quindi di stabilire con una sentenza il prezzo assoluto di un atleta che prende a calci una palla. Se, per determinare il valore di un giocatore, il pubblico ministero si affidasse al lodo Enrico Mentana (per cui Dumfries è “il migliore in campo dei nostri avversari”), per i dirigenti della famiglia Zhang non ci sarebbero scampi: avrebbero buttato via 12 milioni per ritrovarsi una “spina nel fianco”. Se la procura considerasse, invece, il rendimento effettivo del terzino presto diventato un goleador, e per questo al centro di richieste di acquisto da parte di club europei disposti a sborsare 40 milioni,
dovrebbe congratularsi con i manager che hanno fatto un bell’affare. Non c’è nulla di più relativo e transeunte del prezzo.
Quale è il referente monetario giusto, quello per cui un ragazzo della “cantera” nerazzurra è sovrastimato perché, dopo essere stato ceduto ad un buon prezzo, negli anni è precipitato nell’anonimato o quello di segno opposto per cui Zaniolo, ceduto incautamente per 4 milioni alla Roma, ne vale subito dopo ben 60? Difficile per la procura far valere il principio giuridico strampalato per cui una società, quando il prezzo di un giocatore è superiore alle attese e sproporzionato dinanzi a una carriera caduta poi nel grigiore, compie un illecito penale, mentre invece tutto il circuito della compravendita è regolare quando il valore di un atleta esplode rispetto a quello pattuito nella cessione. La procura, prima di perdere tempo e risorse in indagini effimere, avrebbe dovuto riconciliarsi con il principio di Hobbes: è solo il compratore che definisce il prezzo e non tocca agli inquirenti studiare i filmati per stabilire quanto costa un dribbling, una punizione, un calcio di rigore, una parata, una finta.
La regressione rispetto al cruciale principio kantiano dello jus strictum conduce i magistrati ad assumere le categorie di riprovazione morale dei fenomeni (in questo caso, il volume economico dei trasferimenti dei calciatori ritenuto eccessivo e quindi immorale) come ispiratrici dell’azione invadente delle toghe, che sono coperte dal richiamo ad un onnipervasivo controllo di legalità. In tale quadro, la sollecitazione etica ad esercitare veri e propri moti di condanna sulle dinamiche del sistema calcio giudicato in sé corrotto prevale sulle rigorose esigenze di accertamento di fattispecie criminali saldamente delimitate. La certezza del diritto così sfuma e l’indeterminatezza della nozione di obbligatorietà dell’azione penale consente ad ogni pubblico ministero attratto dalle luci della ribalta di esibire la propria volontà sanzionatoria non sulla base di una oggettiva notizia di reato capace di reggere nel corso del dibattimento, ma in virtù di una affannosa fatica per ricercare in una condotta anche semplicemente spregiudicata una qualche notitia criminis, che di solito evapora per la manifesta inattitudine a sorreggere i tempi e le procedure dei diversi gradi di giudizio.
Nel calcio il carattere “di sistema” di certi comportamenti sospetti, come la vendita di un atleta oltre il valore (in certa misura, una variante della categoria di “profit upon alienation” coniata dagli economisti classici), ha scongiurato una pervasiva disciplina sanzionatoria delle toghe, che su Milan e Inter hanno poi opportunamente seguito la via della archiviazione. Peccato che la stessa saggezza, nell’evitare che una riprovazione etica si facesse largo con lo strumento dell’azione penale, sia mancata trent’anni fa, dinanzi al tratto “di sistema” del finanziamento illecito della politica. La storia d’Italia sarebbe stata davvero molto diversa.