Giustamente sui social sono in tanti e tante che si stanno scandalizzando per la storia della maestra licenziata a causa di un video con scene di sesso in un paese della provincia di Torino. La storia è raccapricciante e risale a un po’ di tempo fa. Una giovane donna manda delle foto e dei video al suo fidanzato che, diventato ex, si vendica e li invia alla chat del calcetto. Commenti, risa, battute. In realtà si chiama violenza, ricatto e ora c’è una legge specifica che lo punisce (quella sul revenge porn). La catena dell’orrore non finisce. Uno dei giocatori di calcetto fa vedere le immagini alla moglie che riconosce la maestra della figlia.

Invece di difendere la giovane donna, invece di bloccare quell’orribile gogna della chat di cui fa parte il marito, la incontra e la minaccia. Le chiede di non farlo più (non sia mai che una donna possa avere una attività sessuale fuori dagli schemi!) e le dice: se denunci, dico tutto alla direttrice della scuola. Che nel frattempo viene a conoscenza del video e licenzia la maestra: così nessun altro – spiega – la assumerà più. Oggi possiamo raccontare questa storia e commentarla perché la maestra licenziata non è stata zitta e ha sporto denuncia nei confronti della preside, della signora che l’aveva minacciata, nei confronti dell’ex che è stato condannato a un anno di lavori socialmente utili. La direttrice sta affrontando un processo per diffamazione e la signora che aveva visto le foto nella chat del marito e le aveva mandate alle altre mamme della scuola deve rispondere di estorsione, oltre che di diffamazione e diffusione del video. Coinvolto anche il marito e le altre persone che avevano contribuito a far circolare le immagini.

È una storia dai mille risvolti: il maschilismo dei maschi, il maschilismo delle donne, l’arroganza di chi detiene il potere e pensa di esercitarlo senza controlli. Ma c’è anche, fatto che sul web è poco messo in risalto, il coraggio di questa giovane donna che non si è fatta intimorire, denunciando chi l’aveva ferita, ricattata, diffamata e licenziata. Non tutte purtroppo riescono a essere così forti: molte si chiudono, non mangiano, hanno paura. Tiziana Cantone nel 2016 non ce la ha fatta e, dopo la diffusione di alcuni suoi video, si è suicidata. Si è sentita sola, in colpa, senza che nessuno la difendesse. È una delle conseguenze terribili della gogna mediatica, di quel meccanismo che dalla giustizia alle storie private tritura vite, sentimenti, relazioni.

È un meccanismo che i social amplificano, ma le cui motivazioni profonde nascono nella società. Una società che continua nel profondo a essere sessista: la sessualità femminile è ancora considerata un tabù, non deve uscire dal canone della relazione di coppia e deve essere tenuta nel privato. Guai se una donna gioca con il proprio corpo e con il proprio piacere. È forse uno dei temi più delicati: mentre su tanti aspetti della vita delle donne si è andate avanti, sul tema della sessualità anni e anni di moralismo, fatemelo dire: anche femminista, hanno bloccato le lancette al tempo che fu. Se una donna viene ricattata, come nel caso della maestra, per immagini private, le altre donne si sentono offese, hanno paura che venga infranta la loro comfort zone, le loro certezze.

Supponendo anche che le madri non condividessero i video realizzati dalla maestra, quale pericolo correvano i loro figli e le loro figlie? Come potevano pensare che potesse avere un effetto negativo per la loro educazione? Quello che invece è veramente diseducativo è aver perseguitato la maestra, averla minacciata, aver fatto prevalere il perbenismo nell’assolvere e difendere chi diffondeva i video, atto evidentemente violento, lesivo della dignità personale. È invece educativo far capire anche alle proprie figlie, alle giovani donne quanto il proprio piacere sia importante, che non ci si deve vergognare, ma anzi si deve lottare per raggiungerlo.

La maestra ha detto no, ha denunciato. E la legge oggi dà uno strumento in più, necessario. Ma noi non dobbiamo perdere di vista l’obiettivo più importante: quello di perseguire un cambio della mentalità e della cultura. Se c’è uno stimolo che possiamo trarre da questa storia è appunto il divario che ci separa da quella rivoluzione dei costumi e dei ruoli che il femminismo degli anni Settanta aveva messo a tema. Oggi abbiamo (per fortuna) la legge ma siamo più sole a dover affrontare una sfida che è ancora necessaria nella società. Non se ne parla, sembra tutto risolto e invece vediamo che per le giovani generazioni il tema è ancora lì, con tutto il peso di stereotipi duri a morire. L’educazione sessuale e sentimentale dovrebbe essere una materia scolastica, una delle più importanti. La bellissima serie di Luca Guadagnino We are who we are (Siamo chi siamo, su Sky) ci racconta le giovani generazioni fuori dalle gabbie dei ruoli e delle convenzioni: parla di libertà, di una ricerca che spesso viene imbrigliata dalla scuola e dalla famiglia. L’esatto opposto di quello che dovrebbe accadere.

La violenza contro le donne – e anche in questo caso si tratta di una violenza, come spesso accade, condivisa da molte persone, anche da altre donne – continua a mietere vittime, a lasciare dietro di sé vite infrante e infelici. Questa volta la nostra maestra però ci lascia una bel messaggio: ragazze, reagite, non subite. Dite di no. Forse per questo la sua reazione è stata poco raccontata sui social, una donna che non è vittima, dà sempre un po’ fastidio, anche a chi dice di stare dalla sua parte.