Il quarantennale del terremoto dell’Irpinia ha innescato una serie di riflessioni sul futuro delle aree interne che sono andate ad arricchire il dibattito già in corso a livello nazionale sulla necessità di una nuova politica di sviluppo post emergenza Covid che valorizzi le aree marginali del Paese. Nel 2020, a causa della pandemia, abbiamo sperimentato l’utilizzo delle tecnologie digitali per realizzare a distanza molte funzioni che prima si riteneva di poter concretizzare solo in presenza come la didattica e la telemedicina nonché lo svolgimento di una serie di attività lavorative.

Tutto ciò ha consentito a centinaia di migliaia di meridionali impiegati al Nord, sia nel settore pubblico che nel settore privato, di lavorare da casa (il cosiddetto south working) e anche tanti piccoli comuni dell’entroterra si sono rivitalizzati. All’improvviso, anche grazie all’offerta di distanziamento naturale, di aria salubre e di una migliore qualità della vita, le aree interne sono finite sotto i riflettori dell’opinione pubblica. In questo discorso, le università possono esercitare una funzione importante per accompagnare il cambiamento del modello di sviluppo territoriale e supportare i Comuni nell’impiego delle tecnologie per uscire dall’isolamento.

È indispensabile, poi, un percorso di rafforzamento amministrativo dei piccoli centri attraverso il consolidarsi di forme di gestione associata di funzioni e servizi. Nel Sud, ultimamente, è stata la Strategia nazionale aree interne a fungere da propulsore per la nascita di aggregazioni intercomunali capaci di governare in prospettiva un percorso strategico, ma è determinante il ruolo di coordinamento delle Regioni che, laddove viene esercitato, come in Emilia-Romagna, riduce gli squilibri locali e promuove più elevati livelli di servizi per i cittadini.

Va segnalata la meritoria spinta dei vescovi a condividere un metodo di lavoro basato sulla condivisione, sulla “costruzione di ponti” tra aree più forti e aree svantaggiate per la finalità del bene comune. Anche il mondo delle imprese guarda con rinnovato interesse alla possibilità di investire nei territori marginali per la vivibilità, per la facile reperibilità di manodopera qualificata e per il minor costo delle aree, tuttavia chiede di colmare i divari in termini di connessioni sia materiali che immateriali. Il ministro per la Coesione territoriale, Peppe Provenzano, crede molto nella Strategia nazionale per le aree interne, tanto da farne uno degli assi portanti del Piano Sud 2030, e intende passare dalla fase di sperimentazione a una stabilizzazione delle misure, aumentando le risorse a disposizione e i territori coinvolti.

Tuttavia, per contrastare la fragilità e la crescente marginalità delle aree interne occorrono forti investimenti infrastrutturali capaci di innescare circuiti virtuosi di sviluppo. Per esempio, il completamento del corridoio ferroviario Tav-Tac Tirreno-Adriatico che unisce le Zone economiche speciali di Napoli e di Bari costituisce una grande occasione, forse irripetibile, per la crescita e lo sviluppo dei territori attraversati e per combattere il progredire del “disagio” e dello spopolamento. A riprova di ciò, l’ultimo rapporto Svimez vede nell’interconnessione tra le quattro zone economiche speciali già istituite (Napoli-Bari-Taranto-Gioia Tauro) la possibilità di attivare lo sviluppo dell’area interna al “quadrilatero” , coinvolgendo direttamente oltre 12 milioni di cittadini.

Le dodici stazioni della Napoli-Bari dislocate tra Irpinia, Sannio, Capitanata e Murge consentiranno non solo il decongestionamento delle aree costiere e una ritrovata centralità dei borghi appenninici, ma favoriranno, altresì, la nascita di zone logistiche territoriali organicamente complementari con i porti di riferimento che si aggiungono a quelle già identificate (nell’area torrese in Campania, nella valle del Crati in Calabria, nell’agro metapontino in Basilicata) con la prospettiva di favorire circuiti di sviluppo.

Per la piena riuscita dell’iniziativa è necessario il coinvolgimento di tutti gli attori istituzionali, delle associazioni, del mondo produttivo e della società civile e una cabina di regia nazionale. Il Mezzogiorno può ritagliarsi un nuovo ruolo, rafforzando la funzione strategica dell’Italia nel Mediterraneo, solo attraverso una intelligente operazione di ricucitura tra territori, di valorizzazione delle molteplici forme di trasversalità e di intermodalità che possono scaturire dall’interconnessione tra i quattro sistemi portuali e i rispettivi retroporti, da estendersi fino alla Sicilia.