Il governo può archiviare un luglio infuocato e zeppo di prove difficili con una maggioranza superblindata di 170 voti al Senato. Nove in più del necessario. E, a sorpresa, un sostanziale via libera sul Mes. Un risultato inaspettato, costruito fino all’ultima ora disponibile in una giornata in cui sono stati affrontati molti nodi difficili: il voto sul terzo scostamento di bilancio (per cui è necessaria la maggioranza assoluta di 160 voti); il puzzle delle presidenze delle commissioni parlamentari che ha creato più di una difficoltà tra cui la mancata nomina di Grasso alla guida di quella sulla giustizia a palazzo Madama; l’approvazione del Piano nazionale di Riforme, anteprima di quello che sarà presentato a Bruxelles entro metà ottobre. Il giorno prima la maggioranza aveva ballato sulla proroga dello Stato di emergenza, approvato fino a metà ottobre ma solo perché “svuotato” di ogni rischio liberticida con una risoluzione della maggioranza.

La scena madre è come sempre al Senato. E la soluzione anche questa volta va cercata nei dettagli. Ballavano tante cose ieri, tutte importanti: l’unità del centro-destra, la tenuta della maggioranza e la sopravvivenza stessa del governo, in una parola una specie di Armageddon finale sul Conte2. La soluzione, si diceva, sta in quattro righe a pagina 4 di una Risoluzione di cinque firmata da tutta la maggioranza, il gruppo delle Autonomie compreso. Si tratta del documento che la maggioranza ha messo ai voti per ottenere i 160 voti necessari (maggioranza assoluta) per dare il via libera al nuovo superdeficit, 25 ulteriori miliardi per risollevare il Paese dopo la batosta Covid. Alla fine è arrivata appunto con 170 voti. Ai 159 di cui dispongono Pd (35) IV (18) M5s (95) Autonomie (6) si sono aggiunti undici voti del gruppo Misto, da ieri arricchito con l’arrivo della senatrice Lonardo- Mastella. Il segreto per la salvezza, dunque, si trova a pagina 4.

Tra le altre cose, la Risoluzione impegna il governo «a prevedere l’utilizzo, sulla base dell’interesse generale del Paese e dell’analisi dell’effettivo fabbisogno, degli strumenti già resi disponibili dall’Unione europea per fronteggiare l’emergenza sanitaria e socio economica in atto, garantendo un costante rapporto di informazione e condivisione delle scelte con il Parlamento». È chiaro che «tra gli strumenti già resi disponibili dall’Unione europea per fronteggiare l’emergenza» c’è anche il Mes. Soprattutto il Mes, insieme a Bei, Sure, Recovery fund e acquisto massiccio dei titoli dei debiti sovrani da parte della Bce, tra i cinque jolly calati sul tavolo da Bruxelles per proteggere i paesi e il mercato europeo dall’aggressività di Cina e Stati Uniti. “Nessuno di salva da solo” è stato il filo rosso delle scelte fatte da Bruxelles in questi mesi. Pur con tutti i soliti distinguo, ad esempio che sia rispettato “l’interesse generale” e sia “garantita la condivisione con il Parlamento”, la Risoluzione impegna quindi il governo ad utilizzare tra gli altri anche il Mes. In calce a quella Risoluzione c’è anche la firma del capogruppo M5s Gianluca Perilli. Che certo dirà che “nulla è cambiato rispetto ad oggi”. E invece giorno dopo giorno la maggioranza, 5 Stelle compresi, stanno arrivando lì da dove non possono più tornare indietro.

«O si riusciva a trovare la sintesi su questo passaggio degli strumenti europei o non avremmo convinto i senatori del Misto a votare lo scostamento di bilancio» spiega una senatrice Pd pochi minuti prima che il ministro Roberto Gualtieri prenda la parola in aula al Senato per spiegare perché chiede ulteriori 25 miliardi e quale è il Piano nazionale di riforme (Pnr) con cui l’Italia chiederà i 209 miliardi del Recovery fund. Quelle quattro righe sono il risultato di un confronto discreto ma costante con cui Pd e Iv hanno convinto i 5 Stelle a fare buon viso a cattiva sorte. Indiscrezioni dicono che ci sarebbe stata un’interlocuzione su questo punto anche con Forza Italia. Il tentativo ultimo per spaccare le opposizioni che ieri mattina si sono presentate unite sul Sole 24 ore per chiedere al governo segnali chiari e inequivoci di un cambio di passo filosofico, per cui dall’assistenzialismo di stato si passa agli investimenti per la crescita. E un cambio di passo di merito che significa coinvolgere realmente le opposizioni nelle scelte.

Forza Italia alla fine ha dovuto tenere il punto con il resto della coalizione e ha deciso di astenersi sullo scostamento così come Lega e FdI. Voto contrario anche al Piano nazionale di riforme per cui la maggioranza ha ottenuto 169 voti. Il Parlamento non va in vacanza. Deve sbrogliare il decreto Semplificazione e il rovello su chi e come sarà gestita la fase dei progetti da portare in approvazione in Europa per ottenere i 209 miliardi del Fondo. Il governo può però tirare il fiato. Con. 170 voti e l’intesa di massima sul Mes.