Sfilano gli smemorati alla Camera di Commercio di Milano per salutare Cesare Romiti, che ha terminato a 97 anni un’esistenza lunga e soddisfacente. Non ha avuto la vita spezzata come quelle di Cagliari e Gardini, e neppure macchiata dal carcere come Ligresti e Caltagirone. Anzi, qualcuno gliel’ha proprio salvata, la vita, quel 17 aprile del 1993, in tempo di guerra, mentre gli uomini del pool bombardavano il quartier generale della politica e anche quello dell’ industria.

A Milano in quegli anni, dopo gli arresti dei primi otto imprenditori e dopo un’iniziale timida resistenza, furono gli stessi dirigenti di Assolombarda, stanchi di contare morti e feriti in un mondo poco abituato al carcere, a dichiararsi rassegnati e ad accettare la resa al pool, accettando la tesi del “pentitismo coatto” che sarà presto il cavallo di battaglia della Procura di Saverio Borrelli. E anche la sua vittoria politica: uccidere i partiti, umiliare gli industriali. Usando sistemi che la legislazione del tempo non prevedeva, sulla falsariga delle leggi speciali usate contro la mafia e il terrorismo. Una sorta di “spazzacorrotti” alla Bonafede, insomma.

Lo aveva sintetizzato molto bene lo stesso procuratore capo in una lettera inviata al suo (ex) amico Giovanni Maria Flick. Se la persona arrestata – era il concetto – denuncia i suoi complici, questi non vorranno più avere a che fare con lui, quindi lui non potrà più delinquere e noi lo potremo scarcerare. I rapporti tra politici e imprenditori visti come conventicole tra il mafioso e il religioso. Ma in tanti persero il lume della ragione, in quei giorni, quando tutti correvano su e giù per la scalinata del palazzo di giustizia, con i famosi avvocati “accompagnatori” che fecero fortuna e svolazzanti cronisti giudiziari che facevano carriera.

Fu così che, mentre era saltata qualunque regola del diritto, si aprì la storia di Casa Fiat e di Cesare Romiti. La dirigenza di corso Marconi non aveva capito subito quel che stava succedendo, tanto che aveva mantenuto un atteggiamento fermo e anche un po’ sdegnoso nei confronti delle inchieste giudiziarie, quasi fossero faccende che non riguardavano la più grande azienda automobilistica italiana. E questo nonostante la testimonianza molto chiara di un personaggio politico non di secondo piano, il segretario cittadino e tesoriere milanese della Dc Maurizio Prada, il famoso collettore delle tangenti “un terzo un terzo un terzo”. Prada aveva rapporti molto stretti con gli uomini Fiat, a Milano gli incontri erano periodici, in particolare nel settore dei trasporti. L’uomo della Dc era tra le altre cose anche il presidente dell’Atm, l’azienda tranviaria milanese. Uno del settore, insomma, e non solo a livello locale. Perché quell’azienda significa anche metropolitane, passante ferroviario, progetti per il metro leggero. Bocconi prelibati per aziende e partiti.

I primi dirigenti Fiat arrestati si erano limitati ad ammettere qualche responsabilità. Ma questo non bastava, e restavano in carcere. Poi Enzo Papi, ex amministratore delegato di Cogefar Impresit e Giancarlo Cozza, per sette anni amministratore delegato di Fiat ferroviaria Savigliano, avevano cominciato a parlare di tangenti, ma versate “a titolo personale”. E si parlava di miliardi di lire! Tirati fuori dalle loro tasche all’insaputa dell’azienda? I magistrati cominciavano a sentirsi presi in giro e alzarono il tiro.

Così, dopo il secondo interrogatorio dell’avvocato Maurizio Prada, che era stato molto preciso sulle tangenti Fiat a Dc, Psi e Pci-Pds, accadde quel che Agnelli e Romiti non si sarebbero mai aspettati. Alle sette e mezza di un lunedì mattino a Torino vengono perquisiti abitazioni e uffici di due personaggi dei piani alti, anzi altissimi. E vengono arrestati Francesco Paolo Mattioli, direttore finanziario del gruppo Fiat, e Antonio Mosconi, amministratore delegato della Toro Assicurazioni. L’azienda si sforza di reagire con dignità e con la formula più scontata: l’”assoluta convinzione che i due dirigenti dimostreranno al più presto la completa estraneità”. In effetti Mattioli e Mosconi, che ho incontrato a S. Vittore, parvero resistere bene, forse nella speranza di un salvataggio generale. E un po’ sedati dal messaggio tranquillizzante di Casa Fiat. Ritenevano di soggiornare in carcere pochi giorni. Ma solo chi era a Milano si rendeva conto della violenza e della pervicacia con cui gli uomini del pool volevano a tutti i costi la vittoria finale. Era in gioco una guerra totale per il potere, chi non si piegava era semplicemente morto. E un sapiente uso della comunicazione stava anche screditando l’immagine dell’azienda torinese sul piano internazionale. Tanto più che anche il tribunale del riesame aveva confermato la custodia cautelare in carcere degli uomini dei piani alti. Giravano voci di corruzione anche internazionale e di costituzione di fondi neri all’estero. Rizzarono finalmente le orecchie non tanto Agnelli e Romiti quanto i loro agguerriti studi legali milanesi.

Nasce così il pactum sceleris, la Grande Svolta. E’ il 17 aprile 1993, Mario Chiesa è stato arrestato da poco più di un anno, nel frattempo è scoppiata la guerra mondiale. Quel giorno siedono impettiti nei loro abiti scuri intorno a un tavolo il professor Giandomenico Pisapia e gli avvocati Chiusano e Pedrazzi. Dall’altro lato del tavolo il procuratore capo Borrelli e il suo vice D’Ambrosio e poi, poco più in là e un po’ più scamiciati, i sostituti Di Pietro, Colombo e Davigo. La riunione è considerata “epocale” e durerà tre ore. Poche, tutto sommato. Gli interlocutori in giacca e cravatta sanno che cosa vogliono da loro gli scamiciati e i loro capi: la resa politica. Si parla di questioni tecniche, con l’occhio all’orologio, perché la data non è stata scelta a casaccio.
Ed ecco che scocca l’ora X. Arrivano agenzie di stampa da un luogo lontano 273 chilometri da Milano, Venezia, dove Agnelli sta parlando ai vertici di Confindustria. È lì che il capostipite di Casa Fiat, dopo aver ammesso che l’azienda torinese ha sbagliato, loda l’attività della magistratura. E’ il segnale. Nella stanza del palazzo di giustizia di Milano si tirano sospiri di sollievo. Nel corridoio del quarto piano del palazzaccio i cronisti in agguato vedono Di Pietro correre con in mano il telefonino. Qualcuno crede di averlo sentito dire “fermate l’arresto”, o forse “gli arresti”. Fatto sta che quel giorno qualcuno ha salvato la vita di Cesare Romiti.

E il 17 aprile 1993 segnò la prima grande vittoria del pool, che aveva imposto il proprio potere, costringendo il più grande gruppo industriale italiano a trattare e poi a inchinarsi. Anche la Fiat portò a casa un gruzzoletto, perché ogni indagine sull’azienda quel giorno magicamente cessò.Il resto, quel che riguardò da vicino Cesare Romiti, è solo scenografia hollywoodiana. Pochi giorni dopo il fatidico 17, un aereo planò quasi su via Fatebenefratelli a Milano e sulla testa del questore Achille Serra. Portava Cesare Romiti all’interrogatorio. Non arrestato, non indagato, un semplice testimone, “persona informata dei fatti”. I magistrati arrivarono con lampeggianti e sirene non inferiori a quelle che normalmente accompagnano, immaginiamo, il Presidente degli Stati Uniti. Portiere sbattute, passi veloci, l’accoglienza del questore. Non si parla di reati, troppo volgare nei salotti buoni. Si parla di politica. L’amministratore delegato della Fiat tocca le corde giuste, ha studiato. Attacca frontalmente il nemico numero uno del pool, Bettino Craxi detto il cinghialone. Ne ha anche per Andreotti e Cirino Pomicino. Il mio mito è Berlinguer, sussurra virtuosamente, e cita la “questione morale”. Che importa di Maurizio Prada o di quell’altro che ha detto come proprio il giorno precedente l’incontro in questura Romiti abbia bruciato un bel po’ di carte?

Ormai il ghiaccio è rotto e tutti si vogliono bene, tanto che nel secondo interrogatorio Cesare Romiti stringe tra le mani la copia del Corriere della sera dove lui stesso ha vergato parole dolci come il miele: “Aiutiamoli, questi giudici, stanno cambiando l’Italia”. Ha vissuto 97 anni. Non tutti hanno avuto il loro 17 aprile.