La tragedia di Ustica sta per compiere quaranta anni: era il 27 giugno del 1980 quando il Dc-9 I-Tigi in volo da Bologna a Palermo si inabissò nelle acque vicine all’isola di Ustica causando la morte di tutti i passeggeri e dell’equipaggio. Su questa tragedia si sono innestate poi molte versioni e teorie complottistiche e terroristiche, che non hanno mai permesso di raggiungere una verità certificata. Io in questa vicenda ho avuto un ruolo che cominciò quando fui convocato a piazza Cavour nel palazzo in cui aveva il suo ufficio il giudice istruttore Rosario Priore. Che cosa voleva da me il magistrato che indagava sul disastro di quell’aereo? Non fu facile capirlo, perché Priore insisteva nel farmi domande piuttosto generiche. Finché venne fuori il punto.

Come forse i lettori meno giovani ricordano, dal 1990 alla sua morte, io fui molto amico del presidente della Repubblica Francesco Cossiga che affidò prevalentemente a me le sue «esternazioni». Scrissi un libro, al termine del suo settennato – Cossiga Uomo solo, Mondadori – in cui in una mezza pagina riferivo di una opinione di Cossiga su Ustica in cui diceva che nessuno gli aveva raccontato tutta intera la verità e che era molto irritato per questo. Il giudice che mi aveva convocato voleva sapere se io avessi avuto dal presidente della Repubblica ulteriori notizie sulla sciagura e se per caso non avessi la sensazione che Cossiga conoscesse la verità e me l’avesse confidata. La cosa mi fece, lo confesso, trasalire: un magistrato voleva sapere da un giornalista se per caso si fosse tenuto per sé qualche oscuro segreto su una strage, a lui amichevolmente confidato da un Capo dello Stato che, se fosse stata vera l’ipotesi si sarebbe macchiato di una dozzina di reati dall’alto tradimento in giù.

Rassicurai il giudice promettendo che se per caso un qualsiasi Presidente della Repubblica mi avesse confidato chi aveva fatto precipitare l’aereo di Ustica, glielo avrei fatto sapere. Poi, visto che sulla tragedia di quell’aereo si era formata una grande fabbricazione del genere cospirativo anti-americano molto comune a quei tempi, decisi di indagare a mia volta e il risultato del mio lavoro fu un libro, ormai introvabile: Ustica, verità svelata, editore Bietti del 1999. Due erano le testimonianze che avevo non soltanto rintracciato, ma che avevo visto messe a tacere. La prima fu quella del tenente colonnello Guglielmo Lippolis, comandante del Soccorso aereo del centro di difesa di Martina franca che il giorno della sciagura fu il primo ad ispezionare il braccio di mare in cui si era inabissato l’aereo.

Lippolis mi disse: «Quando arrivai, c’erano ancora cadaveri galleggianti legati alle poltrone con le bruciature dell’esplosione che in qualche caso avevano fuso la plastica dei sedili con la pelle dei passeggeri. Conoscevo bene quel genere di ustioni perché mi ero appena occupato di una barca su cui era esploso un carico di fuochi artificiali. Si leggevano ancora i numeri delle poltrone ed ho potuto constatare che l’intensità delle bruciature era maggiore per coloro che sedevano vicino al luogo in cui è avvenuto lo scoppio all’interno all’aereo». Lippolis fu chiamato a testimoniare ma nessuno voleva sapere della sua ispezione sul luogo del disastro: «Tentai di dire quel che avevo visto, ma mi ordinarono di rispondere soltanto alle domande che mi facevano ed erano domande burocratiche di nessun valore: mi impedirono di dire quel che avevo potuto vedere sulle ustioni da bomba e non hanno voluto sapere quel che aveva visto l’unico testimone oculare».

Non fu l’unico. La seconda testimonianza che mi sembrò e tuttora mi sembra di altissimo valore probatorio e che fu rifiutata dal tribunale, fu quella del fisico inglese Frank Taylor, il maggior esperto del mondo in attentati su aerei, ai tempi della sciagura. Taylor è colui che risolse la questione dell’aereo esploso nel cielo di Lockerbie, in Scozia nel dicembre del 1988 e che causò non solo la morte dei passeggeri e dell’equipaggio, ma anche di una dozzina di persone colpite dai detriti dell’aereo. Grazie a lui i giudici inglesi furono in grado di costringere il governo libico di Gheddafi a riconoscere la propria responsabilità per quell’attentato eseguito con una bomba a bordo e a pagare i risarcimenti ai familiari delle vittime.

In quel caso Gheddafi riconobbe la responsabilità, ma affermò che l’attentato era avvenuto per iniziativa di un suo ufficiale, che fu arrestato e fatto sparire nelle galere libiche. Quando Taylor andò a testimoniare davanti alla Corte sul disastro di Ustica, fu ricusato con una serie di escamotage giudiziari e la sua testimonianza, come quella di Lippolis, non trovò cittadinanza nel processo. Ma Taylor chiese e ottenne l’aula magna del Cnr in Piazzale Aldo Moro a Roma dove fece una dettagliatissima conferenza sulla sua inchiesta sul caso Ustica – nel frattempo l’aereo era stato recuperato a pezzi – e io lo andai ad ascoltare. Con mia grande sorpresa, nell’aula c‘erano soltanto alcuni giornalisti di riviste d’aeronautica ma non uno solo dei grandi divi della cronaca che sostenevano la tesi del missile e della battaglia aerea.

Taylor parlò con l’aiuto di proiezioni e slides per quattro ore. Fu un’analisi, fibra per fibra, pezzo per pezzo dei reperti dell’aereo e dimostrò al di là di ogni ragionevole dubbio come la sciagura fosse stata causata da un ordigno sistemato nella toilette del Dc-9, un vecchio modello in cui i sanitari erano a metà carlinga e non agli estremi. A me parve lampante la congiura del silenzio che impediva di raccogliere dati che non collimassero con la tesi della battaglia aerea e del missile. I quattro pubblici ministeri dell’epoca nella loro requisitoria, sia pure con riluttanza, dovettero ammettere che la tesi della bomba a bordo era quella con maggiori elementi di prova, anche se la sentenza finale – dopo aver scartato la tesi del missile – non fu in grado di esprimere una preferenza fra le ipotesi.

Però, indagando, scoprii una cosa che ignoravo: quando un aereo era colpito da un missile nel 1980, il missile non forava la carlinga per esplodere al suo interno, ma esplodeva prima di ogni contatto, davanti all’aereo che veniva investito non dal corpo del missile, ma da una miriade di schegge che lo polverizzavano. L’aereo di Ustica è malconcio, ma non polverizzato: è fratturato nei diversi pezzi che caddero in mare. Secondo la teoria cospirativa, che non è stata accolta dalla sentenza penale, l’aereo civile della compagnia I-Tigi fu colpito per errore da un aereo da caccia americano che aveva tentato di abbattere un altro aereo, un Mig di fabbricazione sovietica in cui viaggiava il dittatore libico Muhammar Gheddafi. Secondo la tesi della grande cospirazione, il Mig di Gheddafi si era nascosto sotto la pancia del volo civile per sfuggire ai missili, che infatti avrebbero colpito il Dc-9 abbattendolo. Secondo i fautori di questa versione si svolse una vera battaglia aerea nello spazio di volo del Dc9, le cui tracce erano registrate sulle apparecchiature dell’Aeronautica militare italiana e che però, con un ignobile serie di manipolazioni e coperture cancellò ogni prova.

Furono per questa ragione incriminati i vertici dell’Aeronautica, accusati di essere complici di chi aveva causato la strage e civilmente responsabili nei confronti delle vittime. A questo punto, trovandoci in Italia che è un Paese diverso dagli altri sul piano giuridico, è accaduta una cosa che avrebbe lasciato esterrefatta l’opinione pubblica e il Parlamento di qualsiasi altro Paese in cui fosse accaduta, ma che in Italia invece si è realizzata nell’indifferenza generale. E cioè, le procedure si sono sdoppiate: quella penale è arrivata alla conclusione che non esistono prove sufficienti per sostenere che l’aereo sia stato abbattuto da una bomba interna, benché essa resti l’ipotesi più probabile, così come la sentenza della Corte d’Assise esclude sia la collisione in volo che la “quasi collisione” (tesi assurda ma molto gettonata come alternativa al missile, dichiarato dai giudici inesistente) con un altro aereo.

La sentenza conclude arrendendosi: non è possibile «poter privilegiare in termini di apprezzabile probabilità alcuna delle ipotesi sull’accertamento delle cause del disastro, rispetto ad altre». E poi però c’è la causa civile per il risarcimento dei danni, che è andata avanti per conto proprio e si è conclusa con una condanna ai responsabili dell’aeronautica militare a pagare di tasca propria, come se fosse stata accertata una loro responsabilità in sede penale, che invece è stata esclusa dalla corte d’Assiste, visto che ha rigettato la tesi del missile.

Il 15 giugno scorso è stata infine diffusa una notizia dalla Rai che rilancerebbe la teoria del missile. Secondo il giornalista Pino Finocchiaro una “ripulitura” della registrazione delle ultime parole del pilota contenute nella scatola nera dell’aereo recuperata in mare, avrebbe rivelato questi fonemi: «Guarda cos’è». RaiNews24 ha annunciato che questo nuovo elemento sarà mandato in onda nell’anniversario della sciagura, dunque il 27 prossimo. Il documento è stato già acquisito dalla Digos nella sede della società Emery Video, disposizione dei pm Erminio Amelio e Marina Monteleone, titolari dell’inchiesta su Ustica, tuttora aperta. Già in passato la registrazione della scatola nera era stata analizzata e sottoposta a tutti gli accertamenti tecnologici per capire se e che cosa dicessero i piloti e si sapeva che l’unico fonema accertato era «Gua», senza altro.

La registrazione era avvenuta in analogico, cioè registrata su nastro col vecchio sistema delle cassette. Poi, il frammento è stato riportato in digitale e gli esperti si sono molto sorpresi per il fatto che il supporto digitale, oggi, abbia rivelato qualcosa che prima era contenuto ma non era udibile sull’analogico. L’inattesa scoperta ha spinto la Presidente dell’Associazione per la Verità su Ustica, Giuliana Cavazza De Faveri che perse la madre nel disastro, a chiedere al Presidente del Consiglio di rimuovere il Segreto di Stato sui documenti messi a disposizione dai servizi dell’Aisi alla Commissione Moro, in cui sono tuttora segretati i documenti del carteggio fra la nostra ambasciata a Beirut e il governo a Roma dal 7 Novembre 1979 fino al 27 giugno del 1980, in cui si discutono le minacce e le conseguenze del sequestro di missili terra-aria appartenenti ad un gruppo palestinese in Italia, probabilmente il Fplp di Georges Abbash.

Questi documenti tuttora coperti dal Segreto di Stato, conterrebbero il movente per un attentato dinamitardo sul Dc-9 di Ustica. Si è tuttora in attesa della risposta di Palazzo Chigi alla richiesta. Sono passati quaranta anni e ancora non si è conclusa una tragedia che continua a irradiare dolore, ingiustizia e colpi di scena. Mi unisco, anche nella mia qualità di ex Presidente di una Commissione bicamerale d’inchiesta, alla richiesta della Presidente delle vittime di Ustica al capo del governo: vogliamo che siano desecretati documenti che per nessun motivo possono restare occultati per sapere se e che cosa i nostri servizi, attraverso il famoso colonnello Giovannone citato anche da Aldo Moro nelle sue lettere dalla prigionia, sapevano sulle intenzioni di rappresaglia minacciate dai palestinesi del Fplp per il sequestro di missili e gli arresti di militanti, che precedettero – dopo aperte minacce e ultimatum –la strage di Ustica e poi quella di Bologna. Mister president, apra per favore quelle maledette casseforti. Grazie.