Ieri è iniziato nelle aule della Corte di Cassazione l’ultimo grado di giudizio per l’incidente ferroviario di Viareggio. La sera del 29 giugno 2009, il deragliamento del treno merci n. 50325 e la conseguente fuoriuscita di gas da un carro contenente gpl causarono la perdita di 32 vite innocenti e il ferimento di altre decine di persone. Undici anni e mezzo dopo quella data, iscritta per sempre nel malinconico calendario delle tragedie italiane, la Cassazione è chiamata a pronunciarsi sulla responsabilità degli imputati, già condannati in primo e secondo grado.

Un tempo enorme che, di per sé, è un’occasione importante per riflettere. Un tempo che suscita perplessità e alimenta dubbi non solo sulle solite, storiche lentezze del sistema giudiziario italiano, quanto sul significato di una pena che dovrebbe essere eseguita a distanza di così tanto tempo dal fatto. Per giunta, un fatto colposo. Nessuno degli imputati ha sinora scontato un solo giorno in cella per quella tragedia. Alla fine del giudizio, se le ragioni della condanna dovessero prevalere sulle difese, si spalancherebbero le porte del carcere per uomini che, a distanza di così tempo dalle loro pretese colpe, non saprebbero probabilmente giustificarsi un Natale lontano da casa.

Inutile ripetere la solita, stanca litania di chi ricorda la funzione rieducativa della pena imposta dalla Costituzione; occorrerebbe piuttosto riflettere sul fatto che quella funzione non è altro che il giusto e imprescindibile corollario di un principio fondante la Repubblica ossia l’inviolabilità della dignità umana. Esiste una correlazione immediata e invalicabile tra la funzione rieducativa della pena imposta dall’articolo 27 della Carta e l’articolo 2 secondo cui «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità». Una di questa formazioni sociali è il carcere, il luogo della coercizione.

Questo comporta che non sarebbe – e in effetti non è – tollerabile una pena che non si ponga in correlazione immediata ed evidente con il fatto, con il disvalore soggettivo delle azioni umane, con la riconosciuta assenza di una qualsivoglia volontà di recare danno ad alcuno, come nei reati colposi. Una pena disancorata da questa giustificazione costituzionale non sarebbe certo rieducativa, ma si trasformerebbe in una semplice, cruda vendetta pubblica. Prevedere che dopo 11 anni e mezzo, per un delitto colposo, si spalanchino le celle dovrebbe essere una grande opportunità per riflettere. La coscienza collettiva dovrebbe ancor di più avvertire il peso e la responsabilità di un faticoso, incerto, ma necessario punto di equilibrio tra l’esigenza dello Stato di punire gli autori di determinati reati e la possibilità stessa, imposta dalla Costituzione, che la pena sia percepita dal condannato come un strumento di miglioramento e di riabilitazione.

In mezzo, lo sappiamo bene, stanno le vittime, i parenti straziati da un dolore irreparabile, il loro sacrosanto diritto di vedere puniti i colpevoli. Ma in mezzo, si badi bene, esattamente in mezzo e non dalla parte della scure che sta, e deve stare tutta, nelle mani dello Stato e non può cedere neppure di un millimetro a impulsi e compassioni. Troppe volte, anche in casi molto meno gravi di questo, si è assistito alla concitata ed emozionante presenza di parenti e amici della vittima fuori dalle aule che invocano giustizia, che applaudono alle pene esemplari e che insorgono contro ogni mitezza o contro un’assoluzione pronunciata dai giudici. Certamente è anche questa una forma di riparazione al dolore privato ed è sicuramente comprensibile, ma tutto ciò non può far deflettere dal punto focale del ragionamento che, come detto, pretende che l’irrogazione della condanna abbia un senso, sia percepibile dal condannato e dalla stessa collettività nella sua funzione irrinunciabile di espiazione rieducativa.

Una pena che vendichi è una pena ingiusta non solo, si badi bene, per colui che la espia e la sua cerchia di affetti, ma anche per la stessa società nel cui nome le sentenze sono pronunciate. Cedere il passo all’idea di una pena concepita, o anche solo proposta, come una sorta di rappresaglia della collettività sul colpevole, alla lunga sfibra la democrazia e sospinge la giustizia verso il crinale pericoloso di dover comunque rendere una risposta alle attese dei cittadini, a qualunque costo. Un reato, un colpevole non è la regola che governa il processo in alcun paese civile. La convinzione, alimentata da troppi, che l’assoluzione sia un fallimento – e non l’epilogo di un giudizio travagliato, ma sempre sereno sulle prove di cui si dispone – mina alla lunga le fondamenta della convivenza civile.

Induce i cittadini a riversare nel processo penale aspettative e diritti per i quali non dovrebbe esservi spazio nella gelida contrapposizione tra l’accusa pubblica e la difesa privata sulla responsabilità dell’imputato. Non è un caso che nessun processo accusatorio di stampo anglosassone conosca la presenza delle parti civili e che, in quei sistemi, ogni ristoro sia riservato al processo civile. Il dolore immenso delle vittime e dei loro parenti non può essere riparato dalla cella per i colpevoli, soprattutto quando la pena traballa nella sua legittimazione etica e si rende così distante dalla colpa.