Gli antimeridionali si fregheranno le mani leggendo i dati, riportati ieri da Repubblica, sulle aziende campane che avrebbero avuto accesso alla cassa integrazione truffando l’Inps. Il report parla addirittura di 642 imprese, per la precisione 457 insediate nell’area metropolitana di Napoli e 185 nelle altre province della nostra regione, che tra aprile e giugno si sarebbero fatte pagare dall’istituto gli stipendi dei rispettivi dipendenti. E, per centrare questo obiettivo, avrebbero aggirato la legge usando stratagemmi come l’assunzione fittizia di parenti e la retrodatazione dei contratti di lavoro. Chi già gongola all’idea di sputare fuoco contro i meridionali e di alimentare la stantia narrazione del napoletano imbroglione, però, farebbe bene a usare prudenza.

Già, perché una simile vicenda impone almeno due ordini di riflessioni. Senza cedere ad alcuna logica autoassolutoria, c’è da chiedersi il motivo per il quale le aziende truffaldine o presunte tali siano così numerose in tutto il Paese. La Campania è al vertice della poco onorevole classifica stilata dall’Inps, ma resta il fatto che in Sicilia ben 456 imprese avrebbero truffato l’istituto, senza dimenticare le 195 in Lombardia e le 158 in Piemonte, per un totale nazionale di oltre 2mila e 300 aziende. Allora il primo interrogativo che sorge è questo: vuoi vedere che la norma sulla cassa integrazione, varata dal governo per arginare gli effetti della crisi economica, è stata formulata in modo quantomeno maldestro? Se così dovesse essere, il danno per il tessuto economico-sociale meridionale sarebbe doppio. Una legge scritta male, infatti, non fa altro che alimentare quelle incertezze di cui le imprese farebbero volentieri a meno fornendo un formidabile assist ai furbetti che si muovono nella zona grigia tra legalità e illegalità. E, di conseguenza, compromette sistemi economici già deboli e precari come quello meridionale e, in particolare, campano. Di qui il legittimo sospetto che il polverone sollevato dall’Inps altro non sia che una foglia di fico con la quale l’istituto intende mascherare le proprie inefficienze e l’inaffidabilità del legislatore.

E qui bisogna svolgere un ulteriore ragionamento. In un’intervista alla Stampa, il presidente nazionale di Confindustria Carlo Bonomi riferisce di aver chiesto ai vertici dell’Inps notizie più dettagliate sul numero di imprese truffaldine denunciate e sulla loro distribuzione per categorie produttive. L’obiettivo? Stanare i furbetti e cacciarli dall’associazione. In risposta avrebbe ottenuto un assordante silenzio. Ecco, sarebbe il caso che anche gli industriali napoletani e campani battessero un colpo e chiedessero lumi ai vertici dell’istituto di previdenza sociale. E altrettanto dovrebbero fare i sindacati. Innanzitutto perché la Campania è in cima alla classifica delle regioni col maggior numero di imprese “pizzicate” dall’Inps, il che rappresenta un dato col quale bisognerà pur fare i conti. In secondo luogo, una presa di posizione netta può rivelarsi utile allo scopo di stimolare una riflessione sulla qualità del lavoro del legislatore italiano che troppo spesso, negli ultimi decenni, non ha dato buona prova di sé formulando norme poco chiare che hanno finito per favorire i disonesti e danneggiare gli imprenditori sani. Un intervento di associazioni datoriali e sigle sindacali, infine, è necessario anche per sgomberare il campo da moralismi e pregiudizi antimeridionalisti: anche di questi l’Italia può e deve fare volentieri a meno, al pari del legislatore pasticcione e degli immancabili furbetti.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.