E’ scattato il procedimento di impeachment contro Donald Trump. Ieri la Camera dei deputati ha deciso così: con 232 voti contro 196. Hanno votato per la messa in stato di accusa del presidente degli Stati Uniti tutti i deputati democratici tranne due, che si sono dissociati. Hanno votato contro tutti i repubblicani.

La presidente della Camera, Nancy Pelosi, democratica, ha detto che questa scelta era inevitabile perché Trump, chiedendo al presidente ucraino Zelensky di intervenire contro il figlio di Joe Biden (e cioè del principale concorrente di Trump per la Casa Bianca) ha tradito la Costituzione degli Stati Uniti. Ora la battaglia sarà lunga e feroce. Segnerà tutta la campagna elettorale in vista delle presidenziali del novembre del prossimo anno.

I repubblicani hanno reagito furenti alla decisione della Camera. Trump ha dichiarato che si tratta della più grandiosa caccia alle streghe della storia americana. Il suo ufficio stampa ha detto che l’impeachment è fasullo, che è «un tentativo spudorato dei democratici di distruggere il presidente degli Stati Uniti».

Gli interrogatori e tutte le fasi preliminari dell’impeachment saranno pubblici, e permetteranno ai democratici di condurre una campagna molto forte contro il Presidente. Trasformando tutta la polemica politica in una battaglia attorno alla figura di Trump. Difficile capire se questa situazione avvantaggerà o danneggerà il Presidente, quello che è certo è che sancirà una tendenza ormai consolidata della politica occidentale: quella a trasformare il conflitto politico in conflitto giudiziario.

E cioè a sostituire le tecniche degli accusatori al percorso democratico nel quale contano i voti, i programmi, le capacità di convincere.È un avvitamento che difficilmente ormai potrà essere invertito. Noi italiani ne sappiamo qualcosa, visto che viviamo in un paese nel quale almeno due  governi sono stati mandati a casa dai giudici (nell’ultimo quarto di secolo) e alcune decine di giunte regionali.

In America la tentazione della via giudiziaria è una vecchia storia. Che però funziona a corrente alternata. La prima volta che fu tentato un impeachment contro un presidente fu addirittura 150 anni fa, nel 1868. Il presidente sotto accusa era Andrew Johnson, un democratico che era succeduto a Abraham Lincoln dopo la sua uccisione. Johnson però la spuntò, il Senato negò la sua condanna. Da allora nessuno più, per un secolo abbondante, pensò all’impeachment, anche se non è sicuro che tutti i successori di Johnson si comportarono sempre in modo correttissimo.

L’impeachment torna nel 1974, dopo le elezioni che nel 1972 avevano prodotto il trionfo del repubblicano Richard Nixon che aveva sconfitto il democratico McGovern con oltre il 60 per cento dei voti e con la conquista di quasi tutti i Grandi elettori. Nixon fu accusato di aver mandato dei suoi agenti a spiare il quartier generale dei democratici, durante la campagna elettorale. Lui negò ma lo incastrarono delle intercettazioni (sempre loro…). Nixon si dimise prima di essere condannato.

L’ultimo impeachment è quello di Clinton. Il quale, poveretto, finì in uno scandalo sessuale, perché aveva avuto rapporti con una sua stagista, la celeberrima Monika Lewinsky. Il grande inquisitore Ken Star – giudice e repubblicano –  fece di tutto per incastrarlo ma alla fine il Senato assolse Clinton e poche settimane dopo lui vinse le elezioni di metà mandato e spazzò via il capo dei Repubblicani (Newt Gingrich) che aveva guidato la campagna contro di lui.

Piero Sansonetti

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