Ci sono due paesi che hanno bisogno di noi ma non ce ne accorgiamo, nemmeno dopo la tremenda esplosione di Beirut di qualche giorno fa: la Tunisia e il Libano. Si tratta di due scenari geopolitici molto sensibili per il nostro interesse nazionale.
Nel caso della Tunisia sembra che non ci libereremo mai della sindrome da “invasione”. Ciclicamente si ripete lo stesso spettacolo: sbarca qualcuno (i numeri non contano più) e l’Italia va nel panico. Si ricrea il solito scenario da allarme sociale, aggravato ora dal covid. Sta accadendo in questi giorni con la Tunisia, pur considerata un “miracolo” nella pandemia: solo 1400 positivi e 50 morti. Ma la pubblicità negativa, si sa, è troppo forte e la piccola democrazia araba viene messa all’indice.
Su migrazioni e pandemia occorre stare attenti, ma si può far bene senza perdere la testa. Così come su tante altre cose: dobbiamo renderci conto che è tramontato il tempo in cui pensavano a tutto gli americani, così come è finita l’epoca in cui stare nell’Unione Europea significava solo ricevere. L’ombrello dell’Occidente non c’è più: con la globalizzazione siamo molto più esposti e dobbiamo diventare un paese responsabile, capace anche di dare.
Sulle migrazioni non ci si può limitare a litigare per ciò che avviene sul suo bagnasciuga: non è così che si fa vera sicurezza. Dobbiamo allargare lo sguardo a ciò che accade nel Mediterraneo centrale laddove si costruisce (o distrugge) il nostro interesse nazionale. La guerra di Libia ha mutato caratteristiche, trasformando tutti i dati geopolitici di riferimento: europei e americani che avevano provocato il conflitto e cacciato Gheddafi, oggi non hanno più alcun ruolo. I libici stessi, dopo anni di risse e scaramucce, non sono più protagonisti di ciò che avviene nel loro paese. Chi comanda sono Turchia, Russia, Egitto, Emirati, Qatar e, più coperta, l’Arabia Saudita. La partita è molto più grossa che una questione di barconi: la posta in gioco è il controllo delle rotte e delle risorse del mare così come dell’influenza sul mondo sunnita. Si tratta di sfide dalle conseguenze globali.
A soffrire di questa nuova fase non sono solo gli europei che i nuovi protagonisti aggressivamente cercano di spingere indietro. Anche altri paesi mediterranei subiscono la medesima pressione. In particolare due paesi amici dell’Italia oggi vengono messi con le spalle al muro e isolati come Tunisia e Libano. L’interesse dell’Italia è che nessuno dei due Stati soccomba.
L’attuale crisi politica tunisina, con continui cambi di governo e tensioni istituzionali tra presidente e parlamento, nasce dalla difficoltà a gestire le conseguenze economiche del covid per un paese che vive essenzialmente di terziario e di turismo. Tuttavia dobbiamo rammentare che la Tunisia contemporanea è una democrazia parlamentare, frutto della “rivoluzione dei gelsomini” del 2011, una primavera araba che ha funzionato e che abbiamo tutto l’interesse a proteggere. In Tunisia gli islamisti, invece di rimanere un partito eversivo o teocratico, si sono trasformati in una specie di “democrazia musulmana” accettando la laicità dello Stato, il sistema dell’alternanza e delle coalizioni. Si tratta di un unicum nel mondo arabo-musulmano. Non è difficile per l’Italia aiutare la Tunisia a reggere l’urto della crisi: più che minacciare il blocco di alcuni aiuti andrebbe pensato un programma di cooperazione congiunto, come fu fatto con l’Albania.
Più complessa la crisi libanese dove l’Italia ha oltre 1000 soldati. L’esplosione al porto di Beirut mostra quanto sia fallimentare l’attuale gestione del paese. Ha fatto bene Macron a recarvisi subito ma ora si tratta di capire in quale direzione dobbiamo aiutare il paese a muoversi. La presenza dei caschi blu ha protetto il Libano dagli scossoni della guerra di Siria ed evitato la ripresa del conflitto con Israele.
Tuttavia l’attuale congiuntura libanese mostra una crisi multidimensionale: da una parte la tensione tra sunniti e sciiti, in cui i cristiani giocano solo un ruolo poco più che da comprimari. Dall’altra la depressione economica più grave dalla fine della seconda guerra mondiale. Infine il covid e le dimostrazioni dei giovani. Il Libano è una democrazia sui generis, basata sulle comunità etnico-religiose. Tradizionalmente il sistema libanese assegna ai cristiani la presidenza della Repubblica, ai sunniti il premier e agli sciiti il presidente del parlamento. Tale equilibrio triangolare è oggi incrinato dalla divisione dei cristiani, dalle liti sciiti-sunniti ma soprattutto dalle evoluzioni politico-demografiche: gli sciiti sono sempre più numerosi e legati all’Iran. Il loro partito Hezbollah si è molto speso nella guerra di Siria a difesa del regime di Assad, pagando un pesante tributo di sangue e divenendo un attore ingombrante della politica libanese coperti da Teheran. Per cambiare tale equilibri non bastano le manifestazioni dei giovani che chiedono democrazia e fine della corruzione: Macron ha fatto bene a parlare di nuovo patto nazionale. È ora che l’Europa proponga una sua una soluzione altrimenti saranno altri a guadagnarci: Russia, Turchia, Iran o Arabia Saudita.
Perdere Beirut e Tunisi diverrebbe un’altra sconfitta per gli interessi occidentali ed italiani: un ritiro vergognoso da regioni dove possiamo difendere democrazia e pluralismo religioso, così rari oggi nel mondo islamico. Tunisia e Libano sono alla nostra portata: impegnarci a difenderli è nostro interesse e rafforza la nostra sicurezza.