Roma, Galleria “Alberto Sordi”. È l’attesa presentazione del nuovo romanzo di Sandro Veronesi. “Capolavoro!”, assicurano, nero su bianco, critici e amici che lo hanno già letto, recensito, piazzato sui leggii in salotto. Dell’autore, in ogni caso, fin dagli esordi, trent’anni fa, è stato detto che si tratti del “nuovo Moravia” (sic). Se già il suo Caos calmo era stato premiato con lo Strega, sembra adesso che quest’ultima prova, Il Colibrì (La nave di Teseo) rappresenti una stella polare nei palmarès della considerazione letteraria, quasi un romanzo oltre il quale la narrativa cessa ogni necessaria ulteriore funzione. Parole forti, eppure dette. Se così non fosse, lì alla libreria Feltrinelli, non potremmo annoverare “Il Salutatore” fra i molti convenuti, e neppure i leggendari gemelli Panimolle. Sismografi viventi del successo altrui. Il primo dei citati, Kristian Paoloni, si distingue perché «saluta i vip insieme a Grandi Personaggi dello Star System dello Spettacolo del mondo Sportivo e non solo!!!» (sic). Nel suo bottino brillano il Dalai Lama, Johnny Depp, Dustin Hoffman, oltre a Ivana Spagna e Gianni Togni. Anche Veronesi, in un pomeriggio di novembre, la Colonna Antonina oltre i vetri che s’affacciano sul Corso, si appresta a raggiungere la prestigiosa quadreria. Nel parterre, in attesa della parola dei relatori, paziente, ritroviamo Antonella Amendola, già compagna del pittore Tano Festa, e intanto, avanza, emozionata come mustelide, la scrittrice Teresa Ciabatti, insieme all’attore Sergio Rubini è la maestra di cerimonia, presentatrice. Il pubblico, conquistatore dei posti a sedere, almeno inizialmente, garantisce un’ampia rappresentanza di anziani, che sempre brillano a eventi culturali e vernissage, peccato, pensano, che solo questi ultimi abbiano la grazia di un buffet. Non mancano i fotografi, è pronto Luciano Di Bacco, incursore per conto di Dagospia, c’è Marcellino Radogna, baffi e volto d’ufficiale di cavalleria d’osservanza monarchica, perfetto per pellicole quali Vogliamo i colonnelli.

Tra le bisvalide da flash appare il produttore Domenico Procacci accompagnato da Kasia Smutniak, minuta, non un accenno di trucco, camicetta bianca da educandato d’autore abbottonata fino al collo, a far da contrasto a tale sobrietà troviamo però Alessandro Haber, vittima sacrificale televisiva nel programma del fratello regista del festeggiato, Giovanni Veronesi, Maledetti amici miei: i suoi capelli arruffati sembrano ora perfetti per aspirare, come risarcimento, a uno sceneggiato, metti, su Antonio Gramsci. D’altronde, dopo la prova di Riccardo Cucciolla, Haber, che anni addietro, mirabilmente, per la regia di Mario Missiroli, ha vestito perfino i panni di Mussolini, sarebbe perfetto. Anche Eleonora Vallone, interprete naturale di se stessa, ossia la figlia disperante di Raf sui trascorsi rotocalchi, bella di un’avvenenza tutta capitolina da Monti Parioli, e insieme da sirena, sembra avere lasciato la piscina, il suo brevettato gymnuoto, per esserci. Idem Chicco Testa, sciarpa, trench abbottonato, perfetto per gli inchiostri del compianto Hugo Pratt, conversa con una bella e ridente sua amica, Antonia. Giulia Civiletti, irreprensibile ufficio stampa de La nave di Teseo, indirizza in prima fila il regista Paolo Virzì, giaccone blu da capitan de’ surgelati, accompagnato da Micaela Ramazzotti, non meno essenziale della Smutniak, seppure nel suo biondo arruffato. Nei brusii dell’attesa, qualcuno, cinicamente, approfitta per segnalare a Chicco, bavero ora sollevato da uomo di mondo, che, in prospettiva, la sua ex pupilla, Annalisa Chirico, sempre lì a scortare Salvini, inarrestabile nei propositi di evidenza socio-mondana, potrebbe diventare addirittura “ministra”. Qualcuno fa cenno di sì con il capo e poi aggiunge: «Sarebbe comunque meglio di quello che c’è adesso». Aggiudicata! Una signora di passaggio si accosta, ci scansa, è lì per «vedere da vicino la Ramazzotti», e vorrebbe da noi sapere «chi è quell’altra?» seduta tra lo scrittore Diego De Silva, compunta espressione da prof associato, e Sergio Rubini: forse è la scrittrice Simoma Sparaco, moglie di Gramellini, per l’occasione senza il cappello, feltro nero, che le conferisce un’aria da diva dei “telefoni bianchi”, telefonini ormai… Come Veronesi, anche Rubini necessita degli occhiali, non è detto siano soltanto di lettura. Torna in mente la sua faccina da ragazzo nell’esordio con Fellini; di Sandro, il festeggiato, lo “sposo”, tornano invece in mente i primi giorni a Roma, sarà stato forse il 1986, e Veronesi frequentava, insieme agli amici scrittori e artisti, Marco Lodoli, Edoardo Albinati, Mariano Rossano, un baretto accampato in piazza San Salvatore in Lauro, così mentre nella stessa strada giravano Sotto il vestito niente, la scena da brivido del tacco della ragazza conficcato nella grata, e l’assassino lì in agguato; Veronesi era appena giunto nell’Urbe da Prato, la sua città, fresco laureato in architettura, l’intenzione già di scrivere romanzi.

Terribile a dirsi, ma tra il pubblico è un’apoteosi di sciarpe annodate “a cappio”, abitudine del vorrei-ma-non-posso sociale, ne segue, intanto che Rubini legge passi del libro, un piccolo convivio parallelo, sulla liceità di quel nodo “da nuovi stronzi”. Ed è ora notevole osservare tra i presenti, i volti di chi è giunto ad ascoltare perché occorreva doverosamente esserci.  Non è il caso però di Dario Evola, docente di estetica, baffi e pizzo come Trotskij nel tribolato esilio messicano, e neppure del direttore del Premio Strega, Stefano Petrocchi, dello scrittore, sceneggiatore, filologo Accademico degli Scrausi, Giordano Meacci, che ha in braccio la sua bambina, Nora Francesca. E ancora dello scrittore e redattore di “Nuovi Argomenti”, Mario Desiati, autore di Candore, indagine interiore sulle meraviglie del porno. Veronesi svela al pubblico l’origine del racconto della bambina che afferma d’avere un filo che la tiene legata a una parete, perla, come dire, magico-esoterica del suo Colibrì. In prima fila c’è anche il fratello regista, Giovanni Veronesi, e poco dietro, ambasciatore dell’entusiasmo veltroniano, Francesco Siciliano, figlio di Enzo, compagno di strada e biografo di Pasolini. Quest’ultimo, va ricordato, sognava l’abolizione della televisione, Enzo Siciliano sarà invece presidente Rai, e con sentito orgoglio. Roma è anche questo. Margherita Buy, naso e mento in su come la piccola dei formaggini, non vuol perdere neppure una parola, in penultima fila, una bella signora, con garbo la accosta per confessarle che «come legge lei per gli audiolibri Lessico famigliare della Ginzburg, nessuno!» C’è Guido Brera, “mago della finanza” (cit.), scrittore, figlio del magico quartiere Miani di Roma, dove anche Veronesi ha vissuto, e non manca Fabrizio Corallo, giornalista, narratore per documentari – da Vittorio Gassman a Dino Risi – maestro naturale di cerimonia: la presenza del suo blazer conferma la bontà d’ogni evento, lo certifica. Ed è arrivato anche Giuliano Sangiorgi, sì, quello dei “Negramaro”, il cappello da hipster è però rimasto a casa in Salento, e così i belli si baciano tra loro. Seguono sentiti applausi. Intanto, c’è chi fa la spola con piazza di Pietra dove, in contemporanea, si trova la vernice delle foto di Giuseppe Di Piazza, responsabile romano del Corriere della Sera, a sua volta anche narratore: Paolo Mieli contempla la sequenza di scatti dove la cupola di San Pietro svanisce nell’emulsione, così sullo sfondo di via della Conciliazione. Giusto, Roma concilia ogni cosa. Tuttavia, senza i già menzionati gemelli Panimolle, gli stessi che Fellini avrebbe voluto imprigionare nella goccia d’ambra del suo cinema, ogni evento, ogni inaugurazione non sarebbe mai tale. Riapplausi.