Hai voglia a dire che è soltanto un gioco, che è solo sport, un divertimento. Provate dirlo a loro, agli Ultras del film di Francesco Lettieri – il re dei videoclip dell’it-pop italiano, qui all’esordio alla regia. Chiedetelo – dicevamo – ai tifosi più caldi delle curve se il calcio è solo un passatempo. Per loro è appartenenza, “coerenza e mentalità”, come cantano. E non lo scopriamo qui, in 100 minuti di pellicola nella quale non si vede nemmeno un pallone rotolare sul prato del San Paolo. Perché lo stadio è solo sfondo. Questo film infatti non parla del Napoli e non parla di Napoli. Per gli sceneggiatori (Lettieri e Peppe Fiore) non parla nemmeno del movimento ultras ma di «sentimenti popolari che parlano a tutti». Strano a dirsi, dopo quasi due ore di cori e sciarpe e fumogeni e dopo le distanze prese dal lavoro dai gruppi napoletani che – come il tifo organizzato di tutto il mondo – non ammettono le incursioni di giornalisti, romanzieri, storyteller di ogni sorta.

«Aug! Aug! Aug!», gridano gli Apache, gruppo storico della curva. Il piano sequenza che apre il film inquadra di spalle il Mohicano (Aniello Arena). Uno a cui gli altri tifosi, soprattutto i più giovani, chiedono un selfie. È la leggenda del gruppo, del quale a quasi cinquant’anni è ancora il capo. Ma è in diffida. Ogni domenica va in questura – sul cui ingresso, scritto a spray, campeggia un sornione “tutta colpa della disoccupazione” – a firmare per il DASPO. Ci va con McIntosh, e poi via al Bar dell’Americano, con gli altri membri storici a seguire la partita. Rigorosamente per radio. Che romanticheria: perché questo è lo sguardo su questi aborigeni del campionato, nativi delle balaustre al secondo anello, eclettici del petardo e dei fumogeni. Del risultato della partita parlano quasi mai. Si sa soltanto che gli azzurri, nelle ultime giornate, si giocano lo scudetto. E questo basta e avanza, perché loro vanno al di là del risultato. E ci vanno pure di parecchio.

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Poi c’è Angelo (Ciro Nacca), adolescente che con i suoi amici si avvicina al gruppo. Vede nel Mohicano una specie di modello. Lui conosce anche Sandro – l’uomo – oltre al mito – l’ultras. E in lui intravede una figura paterna che non ha più da anni. Sasà, fratello maggiore di Angelo e sodale del Mohicano, invece è morto anni prima in scontri tra tifosi a Roma. Perciò Sandro prova ad allontanarlo dalla curva. Come fa anche la madre. Ma non è un film per donne questo. Se ne stanno a piangere su un divano, a limonare sugli scooter, a ballare in discoteca con i protagonisti. Questi la domenica lasciano sempre sole le femmine, non le portano a vedere la partita. E anche questo aspetto fa parte del cameratismo e dell’habitat attorno al quale gira la macchina da presa.
Un giorno all’improvviso, poi, arriva Terry (Antonia Truppo). La donna che mette in dubbio l’attaccamento ai colori del Mohicano. È passato tanto tempo, si dice allora il vecchio ras. «Simm’ ridicoli», ripete al compagno di mille trasferte e diffide Barabba (poderosa l’interpretazione di Salvatore Pelliccia). E la presa di coscienza esplode mentre negli Apache si agitano gli animi. Pechegno (Simone Borrelli) e Gabbiano (Daniele Vicorito), con i capi storici in diffida, prendono giornata dopo giornata il controllo del gruppo. Vogliono lo scontro, la violenza, la guerriglia. Prendono decisioni in autonomia senza interpellare i saggi. Si vestono pure diversamente: sono più british rispetto ai vecchi più folkloristici e carnali. Citando altre pellicole su tema: i giovani sono Hooligans di Leli Alexander del 2005; i vecchi sono Ultrà di Ricky Tognazzi del 1991 (anche se Lettieri ha citato come ispirazione solo E. A. M. Estranei alla Massa, docufilm di Vincenzo Marra del 2001). Attorno allo striscione storico degli Apache si scatena un parapiglia, si apre la faida, si paventa la scissione. E l’atmosfera si fa sempre più incandescente.

C’è sempre una birra a fine serata; una canna che gira; qualche striscia di coca. E una serie di sequenze che sembrano veri e propri videoclip. Liberato – l’artista anonimo che con i video diretti da Lettieri è diventato un vero e proprio caso a partire dal 2017 – la fa da padrone. Sui titoli di coda parte We come from Napoli, inedito composto con Del Naja dei Massive Attack. E poi ci sono anche Lucio Dalla e Pino Daniele. Degna di nota l’interpretazione di Voce e’notte di Davide Saulino. Passano le giornate: si comincia dalla 35esima, poi la 36esima, la 37esima e i ragazzi della Curva B sono sempre più fuori controllo. I protagonisti intraprendono i loro cambiamenti. Le scene diventano sempre più action. La fotografia di Gianluca Palma è perfetta. Lo scioglimento della trama (peccato) è telefonato. In conferenza stampa Lettieri ha citato Fellini: «Per imparare a fare film, bisogna fare un film». Sicuramente si è fermato prima della sociologia.

Il tifo è dunque una sorta di feticcio, una famiglia acquisita, una legione a difesa della città e della bandiera. E una fede, come si capisce dalla prima scena: ad attendere due sposi, fuori dalla chiesa, il gruppo con tutto il repertorio. Scene più o meno già viste, soprattutto sui social. Resta il racconto degli ultimi romantici, delle manifestazioni tribali di una fede laica. E di uno scontro, con spranghe e tirapugni tra generazioni. La violenza non è nascosta. Ma la fascinazione è forse superiore. «Apache vuol dire anche questo. Essere ultras per amore», cantano loro. E mica ce l’aspettavamo tutta questa melassa. «Aug! Aug! Aug!»