Arrestare l’epidemia è un obbligo che oggi non può essere eluso”, dice il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio sulle pagine di Repubblica. Arrestarla, però, non solo in forma figurata. O almeno questo lascia intendere il magistrato impegnato per anni contro la mafia, che si è occupato dei processi a Giovanni Brusca, Marcello Dell’Utri, del generale Mario Mori; che ha contestato il reato di sequestro di persona all’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini per il caso della Diciotti e che si è occupato di immigrazione nel Mediterraneo e della convalida dell’arresto della capitana della Sea Watch Carola Rakete. Nelle dichiarazioni rilasciate ad Alessandra Ziniti il procuratore denuncia infatti l’inadeguatezza delle sanzioni dettate dal decreto legge del 25 marzo per contrastare l’epidemia da coronavirus. Quelle sanzioni non sono sufficienti, dice aprendo il dibattito su Repubblica, doveva essere consentito l’arresto in flagranza di reato per chi violando la quarantena si è macchiato di delitto colposo contro la salute pubblica. Praticamente il procuratore evoca una sorta di Stato di Polizia.

Quella messa in atto dallo Stato, con il susseguirsi di decreti e circolari in tema di contenimento del virus, è secondo Patronaggio niente altro che una sovrapposizione costante di “grida manzoniane”. “Il DPCM del 25 marzo – argomenta – che ha depenalizzato, di fatto, l’inosservanza al divieto di uscire da casa, induce grandi perplessità. Se è vero, come è vero, che in un sistema giuridico la sanzione penale è quella più grave e maggiormente afflittiva (si pensi, senza alcuna condivisione, che in Cina i contravventori al divieto di uscire di casa venivano arrestati e deportati in luoghi lontani dai centri abitati), non si comprende come a fronte di un fenomeno così grave e diffuso, si sia scelta la strada della sanzione amministrativa, non prevedendo, fra le altre cose, il sequestro dell’automezzo del contravventore”.

L’errore di prospettiva, secondo il procuratore, compiuto dal legislatore è stato quello di aver pensato che la sanzione amministrativa pecuniaria potesse rappresentare un deterrente maggiore della sanzione penale “prevista dall’art. 650 c.p., o a maggior veduta, dall’art. 260 del T.U. delle Leggi Sanitarie”. E quindi tale decisione ingolferà sia le Prefetture che il sistema giustizia. Era invece giusto per il magistrato predisporre il sequestro di auto e moto in flagranza. “La strada da percorrere – continua Patronaggio – era forse quella coraggiosa, e forse impopolare, della introduzione di una nuova fattispecie penale, punita con la pena della reclusione (si sarebbe così alzato il livello della prescrizione incombente fin dal loro nascere sui previsti reati contravvenzionali ) con la possibilità di arresto facoltativo da parte della polizia giudiziaria, da scontare agli arresti domiciliari (art. 381 c.p.p.)”. Le garanzie per l’indagato sarebbero state così affidate in prima battuta alla polizia giudiziaria e in seconda al pm, che avrebbero valutato il caso nello specifico.

“Il ricorso all’arresto facoltativo in flagranza di reato, da scontare agli arresti domiciliari (del resto oggi tutti i cittadini ligi alla legge lo sono di fatto), non deve scandalizzare”, avverte Patronaggio. E poi riflette: “ Possibile che dietro le scelte del legislatore vi sia una latente sfiducia nella magistratura inquirente e una complessiva inaffidabilità del sistema repressivo penale, dove sempre più spesso le pene inflitte non vengono espiate dando luogo a quella elusione della effettività della sanzione penale di cui si è molto discusso nel corso di questa legislatura”.

Redazione