La situazione a Hong Kong è sempre più tesa. Le proteste sono iniziate a marzo 2019 in seguito alla presentazione nel Consiglio legislativo di un controverso disegno di legge sulle estradizioni, e si sono intensificate a partire da giugno. In risposta alle contestazioni l’amministrazione lo ha in un primo tempo accantonato e poi, all’inizio di settembre, lo ha ritirato. Nel frattempo, tuttavia, la mobilitazione ha individuato anche altri obiettivi e richieste. Oltre al ritiro del disegno di legge, gli oppositori chiedono le dimissioni di Lam,  l’introduzione del suffragio universale a Hong Kong, la fine del trattamento dei manifestanti alla stregua di sovversivi; l’istituzione di una commissione indipendente che indaghi sulle accuse di abuso della forza da parte della polizia durante le manifestazioni dei mesi scorsi.

LA STORIA – La regione di Hong Kong, parte dell’Impero cinese sino al 1842, venne ceduta quell’anno dalla dinastia Qin all’Impero Britannico, al termine della Prima guerra dell’oppio. Hong Kong divenne allora una colonia della corona britannica; nel 1860, al termine della Seconda guerra dell’oppio, il Regno Unito incorporò alla colonia anche Kowloon, e ottenne i Nuovi Territori in leasing per 99 anni. Dopo una parentesi di occupazione giapponese, tra il 1941 e il 1945, Hong Kong tornò sotto il dominio britannico. Negli anni successivi la colonia vide crescere drammaticamente la propria popolazione, anche per effetto dell’immigrazione di rifugiati dalla Cina continentale, in particolare durante la Guerra di Corea e il grande balzo in avanti voluto da Mao Zedong.

Nel 1950, Hong Kong si affermò come centro industriale e manifatturiero: una parentesi da cui la regione retrocedette dopo l’apertura dell’economia cinese di Deng Xiaoping, che alimentò un rientro di industriali cinesi nella Cina continentale. Fu in quegli anni che Hong Kong iniziò a svilupparsi come centro commerciale e finanziario. Nel 1984, l’allora premier britannica Margaret Thatcher firmò la Dichiarazione congiunta sino-britannica, che gettò le basi per la restituzione di Hong Kong alla Cina. La restituzione avvenne il primo luglio 1997 e venne preceduta da una forte emigrazione da quella regione verso il Regno Unito, gli Stati Uniti e altri paesi anglofoni. Il 4 aprile 1990 la Legge fondamentale di Hong Kong, redatta sul modello della Common Law britannica e tuttora in vigore, era stata approvata come costituzione di fatto della regione.

Il ritorno di Hong Kong alla Cina, all’insegna del principio “un paese, due sistemi”, avvenne con la promessa che l’ex colonia britannica avrebbe goduto di 50 anni di elevata autonomia amministrativa e che fosse garantito il sistema di diritto costituzionale e di libertà civili mutuato dal Regno Unito. Tale principio è stato però forzato dal repentino processo di accentramento politico intrapreso negli ultimi anni da Xi Jinping, segretario generale del Partito comunista dal 2012 e presidente della Cina dal 2013, sino al punto di rottura rappresentato a Hong Kong dalle proteste del 2014 e da quelle, ancora più massicce, in corso dallo scorso giugno. La tenuta della formula “un paese, due sistemi”, che detta la convivenza tra la Cina continentale e le ex colonie di Hong Kong e Macao, è figurata in cima alle priorità espresse dalla leadership di Pechino in occasione del 70mo anniversario della Repubblica Popolare, celebrato il primo ottobre scorso.

“UN PAESE DUE SISTEMI” – L’integrità territoriale e istituzionale, caposaldo degli Stati nella loro accezione contemporanea, è simbolicamente minacciata dai manifestanti antigovernativi che da mesi paralizzano Hong Kong: l’ex colonia britannica ha ormai perduto la propria centralità come motore della crescita economica cinese, ma resta un centro finanziario di livello globale e una finestra ancora fondamentale per garantire la sopravvivenza del rigido sistema cinese in un mondo sempre più aperto e globale. Il presidente Xi ha fatto apertamente riferimento alla tutela del principio “un paese, due sistemi” il primo ottobre, durante il discorso rivolto al paese da Piazza Tiananmen, durato circa dieci minuti. “Dobbiamo insistere sulla strada della riunione pacifica e sul principio ‘un paese, due sistemi’, ha detto il leader cinese. “Dobbiamo mantenere la stabilita’ ad Hong Kong e Macao. Dobbiamo spingere lo sviluppo pacifico delle relazione attraverso lo Stretto, e lavorare duramente per giungere infine all’unificazione della nostra nazione”, ha aggiunto Xi, senza fare esplicito riferimento a Taiwan.