Democrazie in Progress
Nomen est omen
Vannacci e il suo non-femminicidio, il problema non sono le parole del generale ma l’assenza di anticorpi nel dibattito pubblico
Ogni volta che una dichiarazione provocatoria conquista il centro della scena pubblica, il dibattito italiano sembra ripercorrere sempre lo stesso copione. Da una parte chi la rilancia, dall’altra chi si indigna. Nel mezzo, quasi mai, c’è chi si prende la responsabilità di ricostruire il contesto e ristabilire i fatti. Le recenti affermazioni del generale Roberto Vannacci, sul femminicidio che non esisterebbe, ma si dovrebbe parlare solo di omicidi, rappresentano l’ennesimo esempio di questo meccanismo.
Occorre partire da un dato semplice. Il femminicidio non è il semplice omicidio di una donna. È l’uccisione di una persona in quanto donna, all’interno di una dinamica di possesso, controllo, sopraffazione o negazione della sua libertà. Non è una categoria ideologica, ma una categoria sociologica e criminologica che descrive un fenomeno specifico. Non a caso, nella stragrande maggioranza dei casi, l’autore del delitto è una persona che intrattiene o ha intrattenuto un legame affettivo con la vittima.
Su questo piano, la discussione dovrebbe essere chiusa prima ancora di cominciare. Eppure non lo è. Perché il problema non riguarda soltanto il contenuto di certe affermazioni. Riguarda il modo in cui una società reagisce ad esse.
Troppo spesso il sistema dell’informazione rinuncia a svolgere la propria funzione educativa e civile. Inseguendo la logica della viralità, del clic e dell’audience, si limita a rilanciare la provocazione, amplificarla, trasformarla in contenuto. La notizia diventa la dichiarazione stessa, non la sua verifica. L’attenzione si concentra sul conflitto e non sulla comprensione. È una scelta che pone una questione deontologica prima ancora che giornalistica.
L’informazione non è soltanto il racconto di ciò che accade. È anche il processo attraverso cui una comunità distingue tra fatti e falsità, tra opinioni e dati, tra libertà di espressione e manipolazione della realtà. Quando questa funzione viene meno, il dibattito pubblico si trasforma in una gigantesca cassa di risonanza dove ogni affermazione vale quanto il suo contrario. Anche la politica mostra spesso la stessa debolezza. Di fronte a dichiarazioni divisive, la reazione prevalente consiste nel dire che non bisogna dare loro visibilità. Ma il paradosso è evidente: si continua a parlarne senza mai affrontarne davvero il merito. Si denuncia la provocazione senza smontarla. Si commenta il fenomeno senza contestarne i presupposti. Il risultato è che il frame narrativo resta saldamente nelle mani di chi lo ha costruito.
Si discute di femminicidio nei termini imposti da chi ne nega l’esistenza. Si accetta inconsapevolmente il terreno scelto dalla provocazione. E così facendo si finisce per rafforzarla. La comunicazione politica insegna da tempo che il frame che domina il dibattito tende a diventare il perimetro mentale entro cui vengono interpretati i fatti. Per questo non basta contestare una narrativa: occorre sostituirla con una più forte, più credibile e più aderente alla realtà.
Quando questo non accade, le affermazioni più estreme non vengono necessariamente condivise dalla maggioranza, ma finiscono per essere normalizzate. Entrano lentamente nel linguaggio comune. Diventano accettabili. Vengono considerate una delle tante opinioni possibili, anche quando sono smentite dai dati e dall’evidenza. Ed è qui che si consuma la vera sconfitta.
Non nella provocazione iniziale, ma nell’incapacità collettiva di costruire un argine culturale. Non nell’esistenza di una voce che nega un fenomeno, ma nell’assenza di una risposta capace di spiegare perché quella negazione sia falsa e pericolosa. Ogni società democratica vive di pluralismo, confronto e libertà di parola. Ma vive anche di responsabilità. Senza responsabilità comunicativa, la libertà rischia di trasformarsi in rumore. E nel rumore, spesso, le falsità trovano terreno fertile.
Per questo il tema non è censurare Vannacci. Il tema è impedire che il dibattito pubblico rinunci alla propria funzione più importante: distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è. Perché le idee tossiche raramente diventano egemoni da sole. Diventano forti quando chi dovrebbe contrastarle rinuncia a farlo.
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