La regione
Veneto, la manifattura cresce di ottomila posti di lavoro in quattro anni ma il Transizione 5.0 resta in attesa
Una parola attraversa in filigrana le tre vicende venete che questa pagina racconta. La manifattura che cresce di ottomila posti di lavoro in quattro anni mentre il decreto attuativo del Piano Transizione 5.0 resta in attesa di Gazzetta. Le quattromila ville venete che reggono un sistema da seicentotrenta milioni di euro grazie alla manutenzione fuori bilancio dei proprietari, in assenza di un riconoscimento normativo all’altezza della loro funzione. La filiera aerospaziale che fattura 2,3 miliardi e dialoga con buyer americani mentre il dibattito pubblico regionale si attarda altrove. La parola è asincronia.
Il territorio produce, conserva, innova a una velocità. Lo Stato che dovrebbe accompagnarlo viaggia a un’altra, la politica regionale qualche volta a una terza. Questa disconnessione fra tempi del fare e tempi del governare è il vero nodo strutturale del nostro presente economico. Non riguarda la quantità di risorse: riguarda la sincronizzazione del passo.
L’errore opposto, però, è pretendere dal legislatore una stabilità quinquennale che il quadro internazionale — fra dazi americani, transizione tedesca, riassetti europei — non garantisce a nessuno. Le imprese mature questa lezione l’hanno imparata: non chiedono certezze, chiedono di sapere prima cosa sta per cambiare. È una differenza sottile e decisiva. Fiducia significa orizzonte. Ma orizzonte non è promessa di costanza: è capacità di lettura del proprio tempo. Una capacità che il Veneto, in molte delle sue forme migliori, già possiede.
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