Padiglione Milano, carcere di Poggioreale. L’intonaco si stacca dal soffitto rovinato da muffa e umidità e finisce sul fornello che i detenuti usano per cucinare un pasto caldo. Se non si sta attenti, finisce anche nella pentola e il cibo è da buttar via. In una cella hanno usato delle buste di plastica per creare una sorta di rete in modo da contenere la caduta dell’intonaco, ma non durerà molto. Poco distante ci sono celle con i letti a castello a tre piani. Chi dorme più in alto è a pochi centimetri dal soffitto e la muffa ha la sensazione di averla addosso. Sulle pareti c’è muschio, l’odore alla lunga è nauseabondo. Qualche rubinetto perde acqua e il rumore della goccia che cade ripetutamente, sempre sullo stesso punto del lavandino ingiallito, riesce a diventare un rumore assordante. La sveglia suona alle 7,30 per la conta. Dalle 9 alle 11 si può passeggiare all’aperto, ma di questi tempi vuol dire passeggiare sotto il solleone su un pavimento di cemento rovente. Chi vi rinuncia non ha molte alternative. Le attività trattamentali non sono disponibili per tutti. Anzi, vista la sproporzione tra numero di detenuti reclusi nelle celle e numero di educatori in servizio nel carcere, le attività di formazione o rieducazione sono un’opportunità solo per un piccolo numero di detenuti. Stare in cella cella vuol dire vivere in una sorta di perenne penombra. Nelle camere di detenzione la luce del sole fa fatica a entrare, le sbarre agevolano le zone d’ombra.

E per gran parte della giornata l’unica luce che illumina celle e corridoi è la luce fredda dei neon. È un tipo di luce a cui l’occhio può anche abituarsi, ma la mente no, fa fatica ad accettarlo. La luce fredda scandisce i ritmi di giorni tutti uguali. E dopo la passeggiata del primo pomeriggio la giornata in carcere può dirsi finita. Si sta in cella a far nulla, aspettando il sonno e la notte. C’è chi in queste condizioni vive qualche mese, chi un anno, chi molti anni. Che persone si diventa dopo tanto tempo passato in queste condizioni? Le statistiche dicono che nel 68% dei casi chi esce dal carcere torna a delinquere. Non è una percentuale incoraggiante. «Il problema è che il carcere, così come è strutturato, non può funzionare, si è rivelato un fallimento», commenta Pietro Ioia.

Ioia è il garante dei detenuti di Napoli. In passato è stato in carcere, ha conosciuto cosa significa la reclusione in un carcere grande e sovraffollato. È stato un anno in un carcere a Barcellona e diverso tempo nel carcere di Poggiareale. «Dopo una circolare europea il carcere spagnolo fu chiuso, Poggioreale invece ancora ospita 2mila detenuti a fronte di una capienza di poco più di mille e 600 – dice Ioia – Non dovrebbero più esistere carceri da migliaia di detenuti ma da 300, solo così è possibile intraprendere seri percorsi di rieducazione». La sua è una storia di riscatto, è la storia di chi ritrova la via della legalità e la persegue.

«Nessuno mi ha aiutato, qualcosa in me è scattato e ce l’ho fatta – racconta – Ma non va così per tutti. Dare una seconda opportunità a chi è stato in carcere è l’unico modo per sottrarre braccia al crimine. La politica dovrebbe impegnarsi per questo. Si potrebbero, per esempio, prevedere incentivi fiscali per le aziende che assumono ex detenuti. Serve creare un circolo virtuoso», aggiunge Ioia descrivendo l’inferno di molte carceri campane e italiane, i drammi che crea il sovraffollamento, l’invivibilità di celle in strutture vecchie e fatiscenti, il vuoto della pena fine a se stessa e il vuoto sociale in cui si precipita quando si esce dal carcere. Due giorni fa gli è arrivato un messaggio vocale. «Mi hanno preso di nuovo… non ce l’ho fatta a stare senza soldi… mi dispiace». In queste poche parole c’è la sintesi di un destino che si ripete, dell’alternativa che non c’è, di alibi e omissioni, di un carcere che non rieduca e di una società che non riesce a occuparsi di quelli ai margini. È la storia di un 37enne napoletano, finito di nuovo in cella per reati di droga. Ma potrebbe essere la storia di chiunque.